Walter Benjamin
Domenica 4 Luglio 2010“(…) Come che sia - per ognuno ci sono cose che, più di altre, svilupparono in lui abitudini durature. Grazie a esse si formarono le attitudini che contribuirono a determinare la sua esistenza. E poiché, per quel che riguarda me, esse furono il leggere e lo scrivere, nulla di ciò in cui mi imbattei nell’infanzia suscita più cocente nostalgia dell’alfabetario. Conteneva, impresse su piccole tavolette, le lettere dell’alfabeto, singolarmente, in caratteri gotici che le facevano apparire più giovani e anche più leggiadre di quelle stampate. Si adagiavano esili sul giaciglio inclinato, ciascuna in sé compiuta, e nella loro sequenza vincolate dalle regole dell’ordine - la parola - di cui erano sorelle. Restavo ammirato per come tanta modestia potesse coniugarsi con tanta magnificenza. Era uno stato di grazia. E la mia destra, che reverente cercava di conquistarlo, non riusciva nell’intento. Doveva restare fuori come il guardiano incaricato di lasciar passare gli eletti. Così il suo rapporto con le lettere fu pieno di rinunce. La nostalgia che risveglia in me, mostra quanto l’alfabetario sia stato tutt’uno con la mia infanzia. Ciò che in realtà cerco in esso è l’infanzia stessa: tutta l’infanzia, come si collocava nel gesto con il quale la mano inseriva le lettere nel listello in cui dovevano allinearsi a formare parole. La mano può ancora sognare quel gesto, ma non può più risvegliarsi per eseguirlo davvero. Allo stesso modo posso sognare come una volta imparai a camminare. Ma non mi serve a niente. Adesso so camminare; non posso più imparare a farlo.”
Walter Benjamin - “L’alfabetario”, in “Infanzia berlinese intorno al millenovecento” (ultima redazione 1938), trad. di Enrico Ganni