Archivio della Categoria '"Parole, non note"'

L’Assassino Raschiaporte

Venerdì 8 Gennaio 2010

1. “Amore mio, che fai stasera?”
“Non aspettarmi, farò tardi.
Ti prego, adesso non baciarmi
se no il trucco si rovina,
ci vedremo domattina.”

2. La mezzanotte suona adesso,
ora mi vado a coricare,
non ho più voglia di guardare
il giallo alla televisione,
il sangue poi mi fa impressione.

E’ mezzanotte e mezza in punto,
ancora un po’ rimango sveglia,
ma dopo un po’ nel dormiveglia
sento la porta raschiare,
devo alzarmi a controllare…

Forse sarà un cane randagio
o forse il vento per le scale,
forse l’effetto del finale
del giallo di mezzanotte
“L’Assassino Raschiaporte.”.

Passando poi per la cucina
prendo un coltello dal cassetto,
adesso dove me lo metto
se è qualcuno che conosco
meglio avercelo nascosto.

Ma nella tasca del pigiama
è troppo lungo per entrarci,
allora devo rinunciarci,
devo andare a mani nude
e il catenaccio non si chiude.

Avvicinandomi alla porta
non sento più nessun rumore,
soltanto quello del mio cuore
leggermente più veloce,
poi d’un tratto quella voce

che mi proviene dalle spalle,
come sarà potuto entrare,
che dice “no, non ti voltare,
getta in terra quel coltello!”
“Non ce l’ho.”, rispondo a quello.

E vedo un luccichio di lama
mi volto e vedo nello specchio
un uomo identico a me stesso
col coltello in mezzo al cuore
m’è sparito il batticuore!

3. Forse sarà lo svenimento
causato da quella visione
ma stamattina a colazione
non riesco a ricordare
neanche un particolare.

Mia moglie ha un segno su una guancia
come di rimmel non lavato,
le chiedo “Cara, ma che hai pianto?”,
mi risponde “Non scocciare,
pensa invece a sparecchiare!

E non capisco come hai fatto
a rompere quella specchiera
che sta in salotto, l’altra sera
devi averne fatte di orge,
neanche ti si riconosce!”.

4. A mezzanotte vado a letto,
anche stanotte quei rumori,
anche stanotte Carla è fuori,
come faccio a non tremare,
sento gli incubi arrivare.

Mi butto sotto le lenzuola,
le dita raschiano la tela,
quando un chiarore di candela
mi costringe a sollevarla,
ma che sia rientrata Carla?

La stessa immagine di ieri,
lo stesso volto inanimato
dalla candela deformato,
con il sangue sul pigiama
che gli cola dalla lama.

5. E la mattina la candela
la trovo sul lenzuolo, spenta,
la porta dell’armadio aperta
e i vestiti tutti sparsi,
forse Carla è qui a cambiarsi.

Però nessuno fa rumore,
forse sarà uscita di nuovo,
ed esco per cercarla e noto
che la porta è ancora aperta,
me la chiudo dietro in fretta.

E sento un passo alle mie spalle,
mi volto e vedo uno in divisa
che dice “Sa che l’hanno vista
a origliare nelle porte
stamattina e l’altra notte?”.

Io mi difendo “Non è vero,
forse avran visto mia moglie
che sta sempre via di notte.”
Lui mi guarda sospettoso
“Ma se lei vive da solo…

Adesso sente le sirene
dell’ambulanza e polizia?
Adesso stan portando via
due cadaveri scoperti
nei vicini appartamenti.

Hanno trovato poi dei segni
sull’esterno delle porte
fatti, certo, l’altra notte
con la punta di un coltello
di una lima o un grimaldello.

E si sospetta di una donna
o di un uomo travestito
che ha il suo identico vestito,
stesso trucco, stessi occhiali,
stesso sangue sulle mani.”

“Che mi ha causato le ferite
è quello specchio che s’è rotto,
lo può trovare nel salotto!”
“Ma quale specchio?”, dice quello,
“Qui c’è solo il suo coltello.”

“Ma quel coltello non è mio!
Forse sarà del mio vicino,
è forse quello l’assassino
che raschiava alla mia porta
che ha la serratura rotta.”

“Purtroppo il suo vicino è morto
e non può far da testimone,
lei sa benissimo il suo nome,
l’ha inciso lei sulla sua porta
questa mattina: Carla Porta!”.

6. Ora ho una corda bene stretta
che mi tien ferme mani e braccia
ed una benda sulla faccia,
sono condannato a morte:
L’Assassino Raschiaporte!

Maurizio Chiararia
Roma, 1980

Canto dei prigionieri di Soedel (da Georg Buchner)

Mercoledì 4 Novembre 2009

Della battaglia di Soedel siamo i vinti
difendevamo i nostri diritti
nella campagna sentimmo un gran clamore
eran le truppe dell’imperatore.

C’hanno accerchiati nei nostri stessi campi
presi e dispersi, uccisi e massacrati
messi in catene e stretti nella gogna
di tal misfatti non sentono vergogna.

Di voi soldati noi eravam fratelli
ma avete ucciso i poveri ribelli
nelle famiglie che avete incarcerato
non troverete nemmeno un alleato.

La fratellanza sta con la giustizia
non siam fratelli di una tale milizia
il nostro sangue vi placherà la sete
ma siete sbirri e sbirri rimarrete.

L’imperatore va gridando a tutti
che noi eravamo pochi contro tutti
ma meglio pochi che male accompagnati
e meglio morti che stare incarcerati.

Libertà ha un volto che adesso non si vede
noi lo faremo con la nostra fede
forza fratelli, stiamo tutti uniti
se ci hanno presi non siamo ancor finiti.

Qualcuno un giorno busserà alla porta
ma per chiamarci ancora alla rivolta
altri fratelli prenderanno le armi
e sarà allora difficile fermarli.

Riprenderemo le nostre bandiere
per sventolarle ma per il potere
libertà allora avrà un volto ed un nome
quello ridente di rivoluzione.

Ogni vittoria nasce dalla guerra
rimane oppresso chi non si ribella
ogni vittoria nasce dal fucili
ma quello nostro, non quello servile.

Una vittoria la possiamo avere
basta allearsi un po’ con il potere
ma una vittoria così non vale niente
se non c’è il popolo che la difende.

Maurizio Chiararia

Roma, 1976

C’era una volta un re

Martedì 3 Novembre 2009

C’era una volta un re
che aveva tante case
una era per l’inverno
e l’altra per l’estate
una nella campagna
l’altra nella città
una per starci sveglio
l’altra per riposar.

A questo stesso re
successe un fatto strano
venne a lui tanta gente
con il forcone in mano
che disse “abbiamo freddo
e niente da mangiare
ben presto ai tuoi palazzi
dovrai rinunciare!”.

E allora fu che il re
chiamati i suoi architetti
disse di costruire
altre case sopra i tetti
ma gli architetti dissero
“spazio ci devi dare
la vista ed il paesaggio
dobbiam salvaguardare.”.

E fu così che il re
fece la guerra santa
mosse per conquistare
l’Inghilterra e la Francia
mandò come soldati
gli stessi contadini
e ne espropriò le terre
e estese i suoi domini.

E poi consolidò
il suo regno terreno
stringendo le alleanze
persino con il clero
la croce che era allora
l’arma dei poveretti
divenne presto il simbolo
dei traditor perfetti.

Poi venne un altro re
però senza castelli
che impose ai cittadini
la legge dei balzelli
e con il ricavato
si rimpinguò le tasche
dando così l’avvio
al regno delle banche.

E così soffocò
ogni atto naturale
dicendo che nuoceva
al proprio capitale
che il capitate in fondo
da beneficio a tutti
che se il denaro circola
padroni sono tutti.

Ma poi questa illusione
ben presto fu svelata
con fredda precisione
da Marx fu criticata
e lui pose le basi
del mondo senza classi
unendo nella lotta
la teoria con la pressi.

La favola narrata
avrà certo buon fine
se si fa combaciare
il mezzo con il fine
il mezzo il Gran Partito
il fine la riscossa
la presa del potere
con la Bandiera Rossa.

Maurizio Chiararia

Roma, 1973

Occupa occupa

Martedì 3 Novembre 2009

Lo sporco governo aumenta benzina
e mantiene i prezzi sempre di rapina
e la fame aumenta ed il pane manca
e il governo sventola bandiera bianca.
Però noi sappiamo che questa bandiera
sta già diventando una bandiera nera
e noi gli diciamo per tutta risposta
la nostra bandiera è sempre più rossa.

Occupa occupa occupazione
facciamo pagare gli aumenti al padrone.
Occupa occupa occupazione
facciamo pagare gli aumenti al padrone.

Quelli del Comune ci vengono a dire
che il piano edilizio sta lì per venire
che il piano prevede la costituzione
di intieri quartieri di strade e di scuole.
Però noi sappiamo che questa espansione
ingrossa le tasche soltanto al padrone
e a queste menzogne noi gli rispondiamo
le case ci sono e noi le occupiamo.

Occupa occupa occupazione
facciamo pagare la casa al padrone.
Occupa occupa occupazione
facciamo pagare la casa al padrone.

E il padrone dice “ma siete occupati
nel vostro lavoro e dai sindacati
che cosas vi state a lamentare
soltanto le tasse dovete pagare.
E pure le tasse dobbiamo pagare
e il padrone fa l’evasore fiscale
e si fa i miliardi con tutti i proventi
e intacca la bilancia dei pagamenti.

Occupa occupa occupazione
facciamo pagare le tasse al padrone.
Occupa occupa occupazione
facciamo pagare le tasse al padrone.

E il Ministro la scuola vuole riformare
che chi non ha soldi non ci potrà andare
però lui non sa che il diritto allo studio
sta insieme al diritto a un lavoro sicuro.
E allora lottiamo in fabbrica e a scuola
perchè questa lotta è una lotta sola
spezziamo la schiena ai padroni e al governo
e a Caltagirone a Gabetti e a Piperno.

Occupa occupa occupazione
facciamo pagare la scuola al padrone.
Occupa occupa occupazione
lavoro sicuro e sicura istruzione.
Occupa occupa occupazione
facciamo pagare la crisi al padrone.
Occupa occupa andiamo a occupare
la scuola di tutti dovrà diventare.
Occupa occupa andiamo a occupare
non solo un palazzo anche il Quirinale.
E così avremo noi tutti occupato
non solo un palazzo ma tutto lo Stato

Maurizio Chiararia
Roma, 1973

Pozzanghera nera 18 aprile

Martedì 3 Novembre 2009

Quanto si lamentava Geremia nelle chiese
dalle casupole inondate di neve
vennero mamme e uomini a urlare
avevano fagotti sulle carni
tenevano la voce rotta dei figli
freddati nelle quinte di trincea.
Fu gridata la vita dei pezzenti
dissero chiedete e vi sarà dato
all’alba nelle file dei braccianti
camminò lieve il mite Pellegrino
sul mercato apparve la tela bianca
del sole del mattino.
Ai giovani spinti sui burroni
agitarono un’antenna per passare
i vecchi segnarono un giaciglio
gli artefici lessero il loro destino
il padre segnò col dito al figlio
lo sguardo sul cammino.
Carte abbaglianti e pozzanghere nere
hanno dipinto la luna sui nostri muri
i padroni hanno dato da mangiare
quel giorno si era tutti fratelli
come nelle feste dei santi
abbiamo avuto il fuoco e la banda.
E’ finita è finita è finita
quest’altra torrida festa
siamo qui soli a gridarci la vita
siamo noi soli nella tempesta.
E se ci affoga la morte
nessuno sarà con noi
e col morbo e la cattiva sorte
nessuno sarà con noi.
I portoni ce li hanno sbarrati
si sono spalancati i burroni
oggi ancora e duemila anni
porteremo gli stessi panni.
Noi vogliamo i soviet
i soviet dei pezzenti
quelli che strappano ai padroni
le maschere coi denti.

Rocco Scotellaro 1948

adattamento di Maurizio Chiararia

Roma, 1974

Per fare una festa

Martedì 3 Novembre 2009

Per fare una festa ci voglion compagni
che mettano assieme un po’ di risparmi
ci vogliono i soldi di sottoscrizione
e un contributo di federazione.

Per prima bisogna trovare una piazza
che non sia nè piccola nè alta nè bassa
ci vuole il permesso della polizia
per manifestare su pubblica via.

Bisogna discutere sui contenuti
e sollecitare tutti i contributi
e poi si dirà di allargare il discorso
a tutte le forze presenti sul posto.

Bisognerà poi stabilire che l’ora
sia ben compatibile con chi lavora
con quelli che voglion veder la partita
con quelli che vogliono andarsene in gita.

Bisognerà poi fare megafonaggio
andando nei posti di maggior passaggio
bisognerà poi fare l’animazione
sensibilizzare la popolazione.

Bisognerà poi rimediare un bel palco
che non sia nè grosso nè basso nè alto
ci vogliono tavole ben resistenti
ci vogliono sedie per tutti i presenti.

Ci vogliono i fili degli altoparlanti
ed i volantini da dare ai passanti
ci sono da fare i giornali murali
ci son le notizie da dare ai giornali.

Ci sono i pannelli da mettere in vista
contro la DC e la violenza fascista
ci sono canzoni di lotta da fare
ci sono le lotte da fare e cantare.

Ci sono da fare interventi teatrali
ci sono i bambini da tenere bravi
bisogna non farli salire sul palco
perchè non ti sfascino l’armamentario.

E quando fa scuro ci sono i filmati
ci sono i teloni che vanno montati
ci sono le sedie da fare spostare
di modo che tutti si possa guardare.

E quel socialismo che cambia la vita
lo ritroveremo a festa finita
avendolo fatto con tutti i compagni
nel corso dei mesi nel corso degli anni.

Maurizio Chiararia

Roma, 1976

Vale la pena

Martedì 3 Novembre 2009

Sabato pomeriggio all’EUR appuntamento
c’è la DC al suo tredicesimo congresso
siamo arrivati a gruppi sparsi e ad un segnale
ci dirigiamo sull’ingresso principale. (e vale)
Trovo un compagno là che non sembra d’accordo
dice che ormai questo sistema è moribondo
che stanno celebrando il loro funerale
tra un mese andremo a una scadenza elettorale. (e vale)

Vale, vale la pena vale
vale, vale la pena vale
vale, vale la pena di lottare
vale, vale la pena di lottare vale

D’un solo colpo in aria spuntano i cartelli
e ci ammassiamo tutti insieme sui cancelli
gridando “la DC in trent’anni di potere
c’ha dato solo bombe stragi e trame nere. (e vale)
Gridare ladri ai ladri che soddisfazione
sembrava il sessantotto e la contestazione
sembrava d’esser ritornati a Valle Giulia
la polizia che cala e la battaglia infuria. (e vale)

Vale, vale la pena vale…

Compagni disperdiamoci ecco i celerini
grido a mia moglie di scappare nei giardini
una compagna cade sotto il manganello
il poliziotto che colpisce è sempre quello. (e vale)
E poi ci rincontriamo, han preso due compagni
vediamo i poliziotti rinserrare i ranghi
compagni via lontano, via che a questo punto
lo scopo che ci siam prefissi è ormai raggiunto! (e vale)

Vale, vale la pena vale…

Poi ci chiediamo se è servito a qualche cosa
gridare in faccia a quella gente cancrenosa
con qualche dubbio ce ne andiamo verso casa
tutti i cartelli son rimasti sulla piazza. ( e vale)
E dalla macchina vediam quei delinquenti
tutti i cartelli e le bandiere fare a pezzi
e le bottiglie vuote rotte sul piazzale
a volte pure contestare un funerale vale.

Vale, vale la pena vale…

E la mattina dopo all’Unione Inquilini…

Maurizio Chiararia

Roma 1976

Quando muore un compagno

Mercoledì 14 Ottobre 2009

Quando muore un compagno
sei pure tu che muori
si allontana di un passo
l’obiettivo che insieme immaginavi.
Quando muore un compagno
specie se d’eroina
scoperto in una macchina
sotto un cielo d’inverno una mattina
ti senti risvegliare
come da un brutto sogno
e ti vien di pensare
che lui proprio di te aveva bisogno.

Quando muore un compagno
specie sempre più rara
ti andrebbe di chiamarlo
e organizzare insieme una fumata.
E se il compagno muore
preso dai disinganni
ti andrebbe di cambiare
tutto quel che sei stato in questi anni
ritornare agli amici
riscoprirli diversi
e tornare a quei giorni
in cui per strada poi te li sei persi.

Quando muore un compagno
la foto sul giornale
pensi che gli altri dicano
“me l’aspettavo che finisse male”
e ti andrebbe di dire
a questi parolai
che la sua morte vale
più di quella di mille generali
però poi ti convinci
che il delitto non paga
però lui sì ha pagato
senza aver rotto altro che una fiala.

Quando muore un compagno
domani il funerale
i parenti che piangono
senza lacrime tu stai lì a guardare.
Quando muore un compagno
magari un anno dopo
scopriremo l’antidoto
ma per lui avremo fatto sempre poco
quel poco che facciamo
l’abbiamo sempre fatto
ma non ci va che un prete
lo usi per barattare il suo riscatto.

Quando muore un compagno
chissà se lo era ancora
serrato dentro al bagno
forse aspettava che venisse l’ora
l’ora in cui tutti gli aghi
andranno bene a segno
quello che immaginavi
ma non hai avuto il tempo di vederlo.

Quando muore un compagno
rimani tu che vivi
si avvicina di un passo
l’obiettivo che insieme costruivi.

Maurizio Chiararia

Roma, 1980

Vendette

Mercoledì 14 Ottobre 2009

Se non avessi braccia
potrei gesticolare
farmi così capire
dagli altri e non da te.

Se non avessi tempo
potrei farti aspettare
piegare quel lampione
che ha visto sempre me.

Se non avessi labbra
io ti potrei baciare
farti così tradire
come fai tu con me.

Se non avessi voce
forse potrei cantare
farmi così imitare
dal mimo che c’è in te.

Se non avessi mani
ti potrei accarezzare
come fai tu col mare
che si ritrae da te.

Se non avessi corpo
io ti potrei apparire
e farti spaventare
come nei sogni tu.

Se non avessi testa
io ti dovrei inventare
per farti dopo dire
che mi hai inventato tu.

Se non avessi piedi
forse potrei inciampare
per farmi spolverare
da un’altra e non da te.

Se non avessi forze
io mi potrei stancare
dopo fatto l’amore
non ricomincerei.

Se io non fossi niente
sarei riconosciuto
come uno sconosciuto
che non conosce te.

Maurizio Chiararia

Roma,1980

Canzone per Gloria

Martedì 13 Ottobre 2009

Per Gloria riccetta
per Gloria che ha chiesto un passaggio
sulla mia lambretta
credendo che fossi un miraggio
scambiandomi pure
per un cantautore famoso
mentr’io già pensavo
di essere solo suo sposo.

In poche parole
mi ha detto che era compagna
e che c’ha la scuola
vicino a Via Sommacampagna
e che la mattina
si deve svegliare alle sette
ma è proprio un destino
che c’hanno tutte le riccette.

E prende la metro
Magliana San Paolo Stazione
e si porta dietro
la borsa con la colazione
o forse soltanto
i libri legati col nastro
o forse nemmeno
perchè solo un anno è rimasto.

E dopo quest’anno
s’iscriverà al Conservatorio
così lì almeno le danno
qualcosa che sembri un lavoro
potendo insegnare
in tutte le scuole inferiori
teoria musicale
ed educazione di cuori.

Un cuore educato
non può fare cose anormali
per questo lo Stato
riccette ne sforna a quintali
però ce n’è una
che non starà certo a quel gioco
e sotto la luna
farà dei suoi libri un gran fuoco.

E lì troverà un tale
nascosto dietro una chitarra
che le vorrà fare
un numero fuori programma
Francesco Guccini
che guida una verde lambretta
ma è proprio un destino
che capita ad ogni riccetta.

Maurizio Chiararia

Roma, 1978

La canzone popolare

Martedì 13 Ottobre 2009

La canzone popolare ha una sua grande funzione
che sta nel partecipare a ogni manifestazione
sia privata che di massa, studentesca o sindacale,
sia nei circoli che in piazza, locandine sul giornale.
Quanta gente si è raccolta per raccoglier la canzone,
per studiarla e interpretarla nella giusta dimensione,
per trovarci sia il messaggio, sia l’autentica espressione,
sia la forza ed il coraggio per un’altra condizione.

Stiamo attenti ma compagnici che noi siamo dei politici,
noi non siamo dei cultorici della musica dei villici,
contadini malinconici e pastori protestantici
devono essere rivoltici sempre in termini politici.
La canzone popolare, sconosciuta o manifesta,
è tenuta a dispensare contenuti di protesta,
meno male che c’abbiamo la canzone popolare
per far star bene il padrone continuando noi a star male.

La canzone popolare nasce dalla situazione
di rapporto antagonale tra sfruttato e sfruttatore,
è l’esempio più lampante dell’alterità di classe,
volontà di autogestione che vien fuori dalle masse.
Quante volte abbiam cantato la canzone popolare
per la stampa comunista, per la festa patronale,
collegando i contenuti a seconda della rima
sollecitavamo i muti a parlar meglio di prima.

Noi scendiamo nel politico mantenendo il senso artistico
e il padrone fa il profittico e non ti firma il contrattico,
ma cantare sì è politico educando il gusto artistico
praticando in senso mistico “porgi sempre l’altra guancica”.
La canzone popolare siede sempre alla sua destra
come il dono più speciale al padrone che fa festa.
Il buffone ed il giullare stanno sempre alla sua mensa
e lo fanno sbellicare dalle grida e d’allegrezza.

La canzone popolare ha poi un’altra sua funzione
che sta nel pubblicizzare per radio e televisione
il prodotto più genuino, più sicuro e naturale,
dalla grappa allo stracchino al governo clericale.
Da quei suoni ne ricavi un’idillica emozione
che ti fa veder Fanfani come giusta soluzione.
Trasmettendo “Là sui monti” come un inno nazionale
lor ti avallano l’ingresso della guardia forestale.

Proiettando il vello candido di vari branchi di pecore
lor ti avallano il messagico che noi siamo quelle pecore
che stanno nell’intervallico tra una guerra e un’altra guerrica
senza scavalcar l’ostacolo e brucando sempre l’erbica.
La canzone popolare è serva di due padroni,
serve sia al proletariato che ai suoi cari sfruttatori
che pensano al suo riscatto come mezzo strumentale
regalandogli strumenti che lui non potrà mai usare.
La canzone popolare è mezzo di produzione
mezzo serve al capitale e mezzo serve al padrone.

Maurizio Chiararia

Roma,1975

Qualcosa che ancora non è

Martedì 13 Ottobre 2009

Mi devi aiutare
a fare violenza
a qualcosa nata
qui dentro me stessa
qualcosa che parla
che non vuole uscire
qualcosa che è parte di me.

Ed essere madre
vuol dire qualcosa
non solo una sacca
con dentro le uova
vuol dire esser altra
vuol dire esser nuova
vuol dire esser fuori di sè.

E quando uscì fuori
la prima creatura
ha testimoniato
la vita futura
la strada che ha fatto
per poter uscire
l’ha fatta a ritroso da sè.

E quando uscì fuori
gli gridai sei nato
nonostante tutto
qualcosa ho creato
e adesso son madre
la tua madre vera
essendo venuto da me.

E ti ho visto accato
eri un po’ imbarazzato
hai voluto assistere
a quel primo parto
hai visto il cordone
quello di tua madre
e tu che nascevi da me.

Ma sì certe cose
ti fanno pensare
a quello che devi
o non devi fare
ti fanno guardare
più dentro te stesso
e il nesso che c’è fra me e te.

Ma c’è qualcos’altro
che non è pensato
e che non sta scritto
in nessun trattato
che questo bambino
libero non è stato
e libero adesso non è.

Perciò adesso aiutami
a fare violenza
a questo qualcosa
qui dentro me stessa
qualcosa che parla
che non vuole uscire
qualcosa che ancora non è.

Maurizio Chiararia

Roma,1975

Ballata della giustizia

Martedì 13 Ottobre 2009

Molte volte l’ccasione fa l’uomo ladro,
molte volte l’occasione fa il delinquente,
molte volte l’occasione è nella tua mente
ma non sai sfruttarla sempre nel giusto grado.

Molte volte l’uomo ladro fa il presidente,
molte volte il presidente diventa ladro,
molte volte il delinquente si chiama ladro
però non si chiama ladro il presidente.

Molte volte il magistrato fa il delinquente,
molte volte il delinquente fa il magistrato,
quasi mai l’accusatore ci rimette
mentre ci rimette sempre l’accusato.

Molte volte l’occasione sta nella mente
di chi sa sfruttarla sempre nel giusto grado
e chi non la sa sfruttare rimane ladro
mentre chi la sa sfruttare fa il presidente.

Molte volte l’occasione fa l’uomo ladro,
molte volte l’occasione fa il delinquente,
molte volte l’occasione è nella tua mente,
ma non la puoi sfruttare sempre,
non la puoi sfrurrare sempre,
presidente.

Maurizio Chiararia

Roma. 1975

Ines Carmona

Martedì 13 Ottobre 2009

Ines Carmona
donna del Cile
è giusta a Roma
e sopravvive,
con un plotone
d’esecuzione
le avete dato
l’assoluzione.

L’assoluzione
di falsi preti
che salvan l’anima
di uno su dieci,
la stessa razza
di traditori
che inchiodò Cristo
e i due ladroni.

Ines Carmona
vi manda a dire
che qui sta bene
ma vuol morire
pensando agli altri
che son rimasti
e ai corpi uccisi
dei suoi ragazzi.

Ines Carmona
ti meravigli
di ritrovare qui
gli stessi figli,
i pugni chiusi
e le bandiere
dei comunisti
del tuo paese.

E come madre
ti raccomandi
che anche per loro
non sia già tardi,
non è mai tardi
ma per lottare
e siamo in tanti
per cominciare,
non è mai tardi
per cominciare
e siamo in tanti
ma per lottare.

Maurizio Chiararia

Roma, 1973

Camicie nere

Martedì 13 Ottobre 2009

Senza qualcosa che veste
cosa sareste cosa sareste.
Qualcosa che vi distingua
nella battaglia
dalla soldataglia.
Qualcosa che sia unforme
entro le norme
del conformismo.
Se non ci fosse il fascismo
chi vi darebbe tanta allegria.
Se non ci fosse la CIA
chi ci darebbe
tanto fascismo.
Se non ci fosse il colera
le bustarelle del petroliere.
Senza le vostre galere
come stareste
ancora al potere
camicie nere?

Senza qualcuno in famiglia
che vi lusinga, che vi consiglia:
Senza un’infanzia felice
con l’aeroplanino
e la mitragliatrice.
Senza qualcuno alla porta
che quando uscite
vi fa da scorta.
Senza gli amici potenti
che fan da scudo ai vostri lamenti.
Senza lo sporco candore
di chi vi crede
il male minore.
Senza la vostra censura
che vi ripaga di ogni paura.
Senza le azioni severe
come stareste
ancora al potere
camicie nere?

Maurizio Chiararia

Roma, 1973

Per Monica

Martedì 13 Ottobre 2009

Alzati dal letto
e scavalca la finestra
ma qualcuno già ti afferra
per le gambe e ti grida dove vai.
E ti volti per guardarlo
ma la maschera sul volto
ti impedisce di capire
se è il dottore o l’infermiere,
a seconda della classe
gli rispondi sì, va bene,
altrimenti ti ribelli
hai bisogno di calore
“Lei, dottore, mi capisce,
io le voglio tanto bene,
ma mi sento così triste,
io non ce la faccio più.”

E il calore te lo danno
ma pagato a caro prezzo
anche a costo di inventarti
altri mali che non hai.
E se vuoi uscire dal cerchio
o lo rompi o lo scavalchi
non ci puoi girare intorno
dentro o fuori fa lo stesso.
E’ il tuo cerchio personale
costruito con gran cura
fuori e dentro la natura
dalla quale non si scappa.
E ti porti dentro il male
sconosciuto o manifesto,
puoi rimetterti ma questo
riscattarti non può più.

Maurizio Chiararia

Roma, 1973

Principe mio

Martedì 13 Ottobre 2009

Principe mio, signore del mondo,
le pietre si svegliano e cozzan fra loro,
le spighe nei campi non sono piegate
da venti o da piogge o da grandinate,
la vita continua nei tristi sentieri
che disseminasti di biechi scudieri,
le fredde madonne dalle gradinate
nell’olio bollente saranno gettate
per sempre.

Principe nostro, abbiamo covato
nelle tue segrete un odio frenato,
se noi potevamo rubare le armi
facendo alleati gli stessi gendarmi
non l’abbiamo fatto perchè per guarire
non basta soltanto sapere morire,
l’abbiamo capito, un morto di meno
a noi fa più comodo che al tuo cimitero
di sempre.

Principe nostro, quegli esseri scuri
che ti offrono l’acqua nei tristi tuguri
non sono soltanto la copia infelice,
la deformazione del tuo esser felice,
ma sono la copia dell’odio di classe
da sempre diversi e senza speranze
non puoi ricondurli ai teneri ovili
perchè sono lupi e non agnellini
da sempre.

Principe nostro, sventato l’agguato
hai sempre paura del cappio celato,
la terra nasconde chissà quali insidie
che noi conosciamo ma non le tue guide,
la caccia continua ma senza cinghiale
che un giorno funesto colpisti ma male,
non bastano i cani nè l’urlo dei corni
per intimorire che conta i tuoi giorni
da sempre.

Principe azzurro, con te a cavalcare
non c’è Biancaneve nè il Mago del Male
nè tutti i fantasmi che tu ci inventavi
per farci sembrare dei semplici nani,
e nella miniera noi siamo operosi
ma non per scavare i nostri rifugi
bensì per minare dalle fondamenta
castelli e palazzi nei quali fai festa
da sempre.

Principe nero, signore del mondo,
sapessi che voglia di infiggerti a fondo
il pugnale nel cuore come nei bei tempi
di fosche congiure contro i prepotenti,
ma voglio temprare più ancora la lama
e rendere ancora più fitta la trama
siam pronti da sempre ma ancora aspettiamo
quel giorno solenne in cui ogni sovrano
cadrà.

Maurizio Chiararia

Roma, 1973

Claudio Ongarello

Martedì 13 Ottobre 2009

Non voglio certo scriverti l’elogio funebre
l’ennesima canzone di protesta
ucciso con un colpo nella schiena, inutile,
da un milite che avrà perso la testa.
Ma vorrei dire cose che nessuno dice
di quelle che ti lascian dentro il segno
e giudicare il fatto dalla sua radice
senza farmi deviare dallo sdegno.

Pietà non serve più, l’abbiamo già capito,
essere giusti, ma in quale giustizia?
Tantomeno pietà per quel che t’ha colpito,
per quelli che faranno la perizia.
Entrare nelle loro case e dir gridando
“cosa gli avete fatto al mio ragazzo,
porci, fetenti” e a forza piano piano entrando
chiamar tutta la gente del palazzo.

Ed inondare d’odio tutto il pavimento
tutte le scale e tutti il marciapiedi,
distribuir le armi e con il polso fermo
uccidere tutti i carabinieri.
Ma dopo salterebbe tutto quanto in aria, ,
muoia Sansone e tutti i Filistei,
ma almeno certo poi respireremo un’aria
più buona, senza spazi e senza cieli.

Certo la gente vuol che questo non si avveri
vuol solo che ci sia un po’ più giustizia,
leggere sui giornali le notizie d’ieri
che il giudice ha ordinato la perizia.
E intanto giaci morto lì a Segrate
nell’entroterra basso milanese,
le tracce del delitto son già cancellate
ma le certezze non si sono arrese.

Maurizio Chiararia

Roma, 1973

Navi

Martedì 13 Ottobre 2009

Anche quest’anno andremo
dove non soffia il vento
dove i gabbiani cadono
senza fare lamento.

Anche quest’anno andremo
verso il solito mare
vedremo sugli scogli
ferita un’altra nave

e ci domanderemo
se c’era l’equipaggio
ma non vedendo morti
diremo era un miraggio

e giustificheremo
da bravi un’altra volta
come ammutinamento
un gesto di rivolta.

E poi ci guarderemo
in faccia per trovare
un riflesso negli occhi
del tramonto sul mare

e poi ci volgeremo
verso la terra ferma
impotenti vedremo
nuovi fuochi di guerra.

Ma una nuova vigilia
sapremo immaginare
e all’orizzonte bianca
vedremo un’altra nave

con le vele spiegate
col nostromo al timone
e noi diremo subito
è la rivoluzione.

Maurizio Chiararia

Roma, 1973

A M.

Lunedì 5 Ottobre 2009

Guardando le tue mani
sfiorando i tuoi capelli
non penso più al domani
ma solo che son belli
e li vorrei sfiorare ancora due secondi
per poter ricordare
se sono neri rossi o biondi.

Perchè mi sei presente
senza essermi mai accanto
perchè ti cerco sempre
senz’esserne mai stanco
e se non è fatica
non poter mai toccarti
vuol dire che le dita
riescono ancora a ricordarti.

Ed è perciò che ti amo
più libero e felice
e te lo dico piano
se già c’è chi te lo dice
però vorrei sentirlo
pure dalla tua bocca
se non ti va di dirlo
puoi farmi pure una canzone sciocca.

Come questa che canto
che però ha una funzione
di liberare il pianto
di darti un’emozione
e se poi andrà a finire
dentro la spazatura
allora vorrà dire
che avrò sbagliato la misura.

Perchè ti voglio bene
senza alcuna ragione
non come un ragioniere
ma solo per amore
per riceverne altro se tu me lo vuoi dare
io te ne ho dato tanto
senza mai starne ad aspettare.

E mi si è aperto il cuore
come si apre una porta
senza avere timore
di amarti un’altra volta
senza chieder consigli
a persone importanti
e senza avere figli
e senza avere nuove amanti

Se credi che sia un gioco
lasciamelo giocare
come un bimbo col fuoco
mi posso anche scottare
purchè da questa fiamma
tu ne rimanga fuori
è giusto che una mamma
non cada nei miei stessi errori.

La vita che ti diedi
i fiori che non colsi
sono peccati lievi
o sono peccati grossi?
Però cara signora
che cosè mai la vita
se non ci si consola
con una bella margherita?

Maurizio Chiararia

Roma, 1988

Eccolo il tuo nemico

Eccolo il tuo nemico
ce l’hai qui davanti
con la cotta, celata,
elmo, calzari, guanti
:
Con il mano la spada,
lo scudo, la barbuta,
l’immagine confusa
che ti sei sempre fatto.
Servo anch’egli incosciente
di nemici più grandi,
unico pretendente
al trono dei Normanni.
Tatattat
come unica sorte,
per potere divino
costruttore di morte.

Scrivi: re, imperatore,
cancella: schiavo, servo,
vedrai che il conto torna,
il risultato è questo.

Maurizio Chiararia

Roma, 1976

vdrai che il conto torna