Archivio della Categoria '"Alfabetario"'

Novalis

Martedì 3 Agosto 2010

“… Se io credo di aver indicato nella maniera più chiara possibile l’essenza e l’ufficio della poesia, nel medesimo tempo io so che nessun uomo può capirla, - e tutto ciò di insulso che io ho detto, dal momento che ho voluto dirlo, non ha nulla a che fare con la poesia.
Come fare, dal momento che io dovrei pur parlare? E se fosse in me questo istinto del parlare il contrassegno dell’ispirazione e dell’efficacia del linguaggio? E posto che la mia volontà eleggesse unicamente ciò ch’è di mio gradimento, questo alfine, all’insaputa della mia coscienza e della mia fede, potrebb’essere poesia, e rendere comprensibile il mistero del linguaggio?
Ed acquisterei così la vocazione di scrittore, dal momento che lo scrittore altri non è che un innamorato, un entusiasta del linguaggio?”

Novalis – Monologo

Maurice Blanchot

Martedì 6 Luglio 2010

“Il poema - la letteratura - sembra legato ad una parola che non può interrompersi, in quanto essa non parla, essa è. Il poema non è questa parola, è inizio, ed essa non comincia mai, ma dice sempre di nuovo e sempre ricomincia.”
Maurice Blanchot - “Lo spazio letterario” - Trad. di Gabriella Zanobetti

Walter Benjamin

Domenica 4 Luglio 2010

“(…) Come che sia - per ognuno ci sono cose che, più di altre, svilupparono in lui abitudini durature. Grazie a esse si formarono le attitudini che contribuirono a determinare la sua esistenza. E poiché, per quel che riguarda me, esse furono il leggere e lo scrivere, nulla di ciò in cui mi imbattei nell’infanzia suscita più cocente nostalgia dell’alfabetario. Conteneva, impresse su piccole tavolette, le lettere dell’alfabeto, singolarmente, in caratteri gotici che le facevano apparire più giovani e anche più leggiadre di quelle stampate. Si adagiavano esili sul giaciglio inclinato, ciascuna in sé compiuta, e nella loro sequenza vincolate dalle regole dell’ordine - la parola - di cui erano sorelle. Restavo ammirato per come tanta modestia potesse coniugarsi con tanta magnificenza. Era uno stato di grazia. E la mia destra, che reverente cercava di conquistarlo, non riusciva nell’intento. Doveva restare fuori come il guardiano incaricato di lasciar passare gli eletti. Così il suo rapporto con le lettere fu pieno di rinunce. La nostalgia che risveglia in me, mostra quanto l’alfabetario sia stato tutt’uno con la mia infanzia. Ciò che in realtà cerco in esso è l’infanzia stessa: tutta l’infanzia, come si collocava nel gesto con il quale la mano inseriva le lettere nel listello in cui dovevano allinearsi a formare parole. La mano può ancora sognare quel gesto, ma non può più risvegliarsi per eseguirlo davvero. Allo stesso modo posso sognare come una volta imparai a camminare. Ma non mi serve a niente. Adesso so camminare; non posso più imparare a farlo.”
Walter Benjamin - “L’alfabetario”, in “Infanzia berlinese intorno al millenovecento” (ultima redazione 1938), trad. di Enrico Ganni

Maurizio Chiararia - Alfabetario

Lunedì 28 Giugno 2010

CONCERTO CONCRETO
con
Maurizio Chiararia
(chitarra e voce)
e
Alessandro Romanello
(chitarra elettrica)
al
CONTROPALCO
del
Circolo Gianni Bosio
Via S. Ambrogio 4 - II piano

seguirà la presentazione del libro
ALFABETARIO
Campanotto Editore
con numerosi ospiti a sorpresa

Mercoledì 20 Luglio – ore 20

COMUNICATO STAMPA

“Concerto Concreto” non è un semplice gioco di parole, ma il tentativo di definire uno spettacolo di canzoni dell’autore del libro, Maurizio Chiararia, a partire dalla sua essenza: musica, voce, testo. Sono canzoni nate in un periodo successivo alla stesura del libro, quando l’autore aveva abbandonato la scrittura poetica e prosastica di ricerca, per trovare nella canzone un linguaggio più comunicativo e consono a quei tempi di contestazione e rivolta. Scritte nel periodo dal 1972 al 1992, interpretate più volte in occasione di manifestazioni politiche o in club storici come il Folkstudio, esse hanno come filo conduttore una serie di temi che vanno dalla riflessione sui rapporti d’amore alla ricostruzione di fatti storici realmente accaduti o semplicemente scaturiti dalla fertile fantasia dell’autore. Nelle stesse canzoni a volte questi temi si intrecciano fra loro, fino a formare un discorso narrativo autentico ed originale che si discosta da quello della maggior parte della cosiddetta “canzone d’autore” di ieri e di oggi, per approdare a nuove forme espressive che trovano nella commistione fra musica, voce e testo una concreta realizzazione.
Lo spettacolo si articola in due parti, con otto canzoni ciascuna, separate da un breve intervallo. Normalmente ciascuna canzone viene eseguita senza aggiungere alcuna spiegazione, ma talvolta l’autore si concederà qualche commento che possa chiarificare le circostanze in cui un’idea abbia preso corpo e sia diventata appunto canzone.

PROGRAMMA
1. Per Amore
2. La Bella Irene
3. Norman Bates è tornato
4. L’anno in cui rapirono De André
5. Il bidello
6. Berlino
7. Commiato
8. La porta
Intervallo
9. I fantasmi di Bologna
10. Blumen
11. Favola
12. Canzone semplice
13. Amica
14. Le visioni del principe
15. Pelusi
16. La mia storia
A fare da occasione alla scelta di realizzare uno spettacolo completo c’è la recente pubblicazione di un libro dell’autore: ALFABETARIO, edito da Campanotto, che quindi verrà presentato dallo spettacolo stesso, senza aggiunta di apparati critici il più delle volte inutili e dannosi. Come le canzoni, anche il libro ha la presunzione di commentarsi da sé. Naturalmente l’autore lascia la facoltà a chi abbia già letto il libro di poter intervenire alla fine dello spettacolo per esprimere le proprie opinioni, purché inerenti al libro o alle canzoni o (cosa più auspicabile) a entrambi.
Infine, l’apporto musicale dell’amico e sodale Alessandro viene considerato dall’autore non come semplice supporto all’esecuzione delle canzoni, ma come parte integrante delle stesse.

“Alfabetario”: appena uscito per Campanotto Editore.
“Alfabetario” è una raccolta di scritti in prosa e in poesia che rimandano a un “diario di parole” di 365 giorni, anche se il tempo di stesura di essi copre un arco di dieci anni, dal 1962 al 1972, gli anni della giovinezza del poeta. “Diario di parole” che è un “diario sulla parola”, esercizi letterari e filosofici, annotazioni, aforismi, testi poetici, brevi racconti, che hanno per tema l’uso e il disuso della parola. Ogni pagina del diario cerca di descrivere le circostanze astratte e concrete entro le quali la parola nasce e prende forma, riflessioni a freddo sullo stesso fare poetico, senza fare poesia, ma subendola soltanto, quasi fosse un altro ad avere scritto quei testi, o meglio il tempo che li ha custoditi e ritrovati. Come fossero frammenti di un diario più ampio di uno scrittore sconosciuto, magari scoperto e tradotto da una lingua straniera, il cui linguaggio non abbia trovato una compiuta forma letteraria, ma abbia subito un’amputazione di significato e viva e scorra adesso senza senso e senza sensi sotto gli occhi del lettore. Ci sono anche alcune citazioni da altri scrittori che avallano questo “spaesamento” delle parole e del loro significato, anzi l’intera opera è stata ispirata ed è una conseguenza di quelle letture. Infatti, nell’arco degli ultimi dieci anni l’autore ha raccolto e ordinato più di mille citazioni di scrittori, ora inserite nella Categoria “Sulla parola” di questo blog, quasi tutte incentrate sulle problematiche del linguaggio
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Appunti per una lettura di “Alfabetario”

“Ho cominciato a scrivere che avevo quindic’anni
sopra i banchi del liceo fra professori e inganni.”
Così comincia una mia ballata del ‘76, cioè quando avevo già smesso di scrivere in forma letteraria e mi dedicavo, sotto la spinta del movimento studentesco di allora, alla pratica della canzone d’intervento e di lotta. Gli inganni di quindic’anni prima erano quelli dei primi tentativi di apprendimento e di uso del materiale poetico da parte di un giovane studente liceale indisciplinato, ma che, già allora, credeva in una presunta missione del poeta a svelare il mistero dell’universo attraverso la parola. Allora non facevo altro che leggere e trascrivere la maggior parte delle poesie e dei pensieri con cui venivo in contatto sui libri (pochi) che avevo a disposizione nella biblioteca familiare e sui testi scolastici. Contemporaneamente, anche sulla spinta di un regalo di mia madre per i miei quindici anni, che consisteva in un quaderno dai fogli bianchi e dalla copertina telata con sopra ricamato un titolo benaugurante: “Le mie poesie”, mi impegnai a scrivere, quasi giornalmente, su quello ed altri quaderni, tutto quello che mi veniva in mente, in versi e in prosa, con una diligenza che ogni giorno di più mi convinceva che avrei potuto intraprendere, con quegli scritti, una lunga carriera di scrittore. Era un ruolo che in qualche modo mi inventavo per poter sopperire a quel vuoto di affetti che a quell’età è frequente in persone dall’animo sensibile quale era il mio. Vuoto di affetti nel dare e nel ricevere, solitudine e autoisolamento insieme. Riempiva in parte quel vuoto qualche amicizia privilegiata con qualche mio coetaneo, nella quale si esplicitava e prendeva forma, attraverso interminabili discorsi sulla poesia, la mia (e in parte la sua) volontà di vivere di scrittura, o, comunque, di farne un’attività durevole e alternativa agli studi scolastici che sentivo a me estranei. Leggevo, scrivevo e trascrivevo cose mie e di altri, tanto che tendevo a confondere ciò che era mio con quello che era di altri, attribuendomi, a volte, alcuni scritti altrui, ed attribuendo, a volte, ad altri cose scritte da me. A partire da questo gioco di rimandi piano piano riuscii a conquistare una certa autonomia di espressione, una certa qualità letteraria che sapevo soltanto mia. Così mandai alcune poesie a una rivista letteraria, il “Segnacolo”, che, inaspettatamente (o forse no, dato che avevo già quella forte convinzione che tutto ciò che avessi scritto avrebbe avuto, prima o poi, uno sbocco, tanto che non facevo quasi nulla per promuovere i miei scritti presso altri, ma quasi mi aspettavo e pretendevo che gli altri mi scoprissero e mi venissero a cercare), le pubblicò. Era il ‘64, avevo diciannove anni, e con quella pubblicazione guadagnai i primi soldi, cosa che non si sarebbe mai più ripetuta, anche perché, negli anni successivi, mi guardai bene dal presentare poesie od altro ad altri. Ero pago di quel risultato, pago del riconoscimento ottenuto senza alcuno sforzo, nella persuasione che, in seguito, sarebbe stato inutile qualsiasi sforzo di mettermi in evidenza, di competere con altri scrittori, tanto io avevo già scritto e interpretato il mondo. Ad altri scoprirmi e giudicarmi, ad altri studiarmi e interpretarmi. Ad un mio professore di chimica, in 2^ liceo, il quale mi scoprì che nascondevo (o forse volevo si scoprisse) sotto il banco il mio quaderno di appunti poetici, risposi, nettamente e senza la minima vergogna: “Ognuno faccia il suo mestiere. Io faccio il mio.”.
Se questa può essere la genesi inconsapevole della mia scrittura, devo poi ad alcune letture fondanti il prosieguo di quella esperienza giovanile, orientandomi verso una sorta di poesia concettuale, razionale, più da “discorso sulla poesia” che di poesia stessa. E lo stesso scrivere in prosa non era che una continuazione di questo ininterrotto discorso poetico, che, quanto più si oggettivava , tanto più si faceva intimo e personale, fino ad arrivare alla confessione estrema, alla completa messa a nudo del mio essere di allora. Kafka fu in quel periodo il mio nume tutelare, tanto che scrissi su di lui alcune note, mai pubblicate, che ancora conservo. Di lui trascrivevo intere pagine dai “Diari” e da “Confessioni e immagini”, abitudine che ho poi conservato raccogliendo centinaia di passi da altri scrittori che in qualche modo “parlassero della parola”, definissero il senso del leggere e dello scrivere, andassero alle radici del linguaggio. Quindi la forma aforistica, in quanto pensiero sintetico e illuminante, mi è rimasta, anche se il mio modo di scrivere è tutt’altro che aforistico, o meglio l’aforisma nasce come brandello di un discorso più ampio che non ero, e non sono, in quanto illetterato, in grado di elaborare. E’ anche comodo delegare il proprio muto pensiero, le proprie sterili considerazioni ad altri, brillare della luce altrui, farsi bello con citazioni espresse a caso, ma è anche un esercizio utile per definirne uno proprio, di pensiero, e metterlo finalmente sulla carta. Ed è quello che ho fatto quarant’anni dopo, sistemando e rimettendo sulla carta quelle note e quei brani poetici (non la chiamo poesia) in una sorta di “romanzo con parole”, dove “romanzo” prende quell’accezione del primo romanticismo secondo la quale tutto era romanzo (e per ciò tutto era romantico), per una nuova e totale definizione della poesia.
Quella poesia e quella filosofia romantiche di Coleridge, Schlegel e Novalis le avrei scoperte in seguito, ma è come se le avessi prefigurate in quei miei scritti, dove il razionale e l’irrazionale si alternano, dove l’estro e l’intuizione vanno di pari passo con l’elaborazione linguistica, dove l’abbandonarsi al fluire delle parole dalla penna si scontra con il controllo della mano e della testa, dove lo straripamento del sentimento deve fare i conti con i limiti del foglio. Così questa poesia senza oggetto diventa l’oggetto della poesia, queste carte, pubblicate, diventano uno studio su di esse. Per questo, nel presentare al pubblico questo lavoro, insisto sull’indicazione di uno scrittore straniero quale autore di questi scritti, che, attraverso la mediazione di un traduttore e del tempo, “sono giunti fino ai giorni nostri”, come si dice di un reperto archeologico o di un testo sacro. Non che voglia esimermi, con questo, dall’assumere la paternità di quegli scritti, ma è come se, nel presentarli, volessi mantenere una certa distanza da essi per poterli far fruire nel giusto modo, come un invito alla lettura di “altri” testi suoi o di altri autori, senza alcuna partecipazione da parte mia, quasi fossi un Prologo che presenta l’azione teatrale che verrà ma non vi partecipa. E’ questa, in sintesi, la funzione dell’”Alfabetario”, quella di insegnare a leggere, più che a scrivere, e, in questo caso, sono io lo scritto da leggere.
Questa soggettività, questa unicità, nello scrivere, mi ha seguito anche dopo, quando abbandonai la poesia per dedicarmi alla canzone. Ma anche lì partivo da un approccio letterario alto, non mi accontentavo del linguaggio semplice e intimista del “cantautore” ma cercavo di elaborare, lì sì, una sorta di poesia civile, alla Brecht, anche con citazioni e rimandi da/a autori classici, da Apuleio a Goethe. Anche lì partendo però dal discorso su me stesso, sulle donne incontrate ed amate, in una sorta di diario intimo le cui date corrispondevano a a quelle degli amori iniziati e finiti. Una sorta di epistolario a senso unico di cui l’unico mittente e destinatario ero io. E, comunque, cantare in pubblico quelle lettere mai spedite mi faceva entrare in una sorta di intimità con quelle interlocutrici, tanto da farmi sentire utile a qualcosa, forse amato a mia volta da chi veniva investito, dal palco, da quelle parole d’amore. L’allusione al sesso è stata una costante del mio canzoniere, cosa per niente presente nelle mie elaborazioni letterarie. Una sorta di liberazione del linguaggio, che coincideva forse con i tentativi di liberazione sessuale di quegli anni, mi faceva scoprire ancora una volta, ma da adulto, senza più fantasie infantili, senza più polluzioni notturne, la donna.
Sono molti anni che ho abbandonato la scrittura e qualche anno che non canto più in pubblico, se non talvolta in occasione di qualche revival. Ho invece ripreso a occuparmi di lettura, cosa che credo debba costituire l’attività principale di uno scrittore, perché in fondo lo scrivere occupa una minima parte del tempo che gli è dato da vivere; il resto consiste nel leggere quello che si è scritto, rileggere, reinterpretare, ricopiare (che è leggere di nuovo), correggere (poco), inserire nel testo altre cose lette sue o di altri, leggere e rileggere altri secondo un criterio di assonanze, ascoltare, guardare, riascoltare (eventuali registrazioni), rivedere (foto, filmati), elaborare tutto ciò che sta intorno al testo (dal titolo alla pubblicità), vendere, comprare, ecc. Ed anche leggere in pubblico, cosa ormai in disuso, brani inediti, come faceva Kafka o gli scrittori del Gruppo 47 ed anche Gertrude Stein, ma non come performance, specie se accompagnata da musica, bensì come verifica ulteriore delle proprie o altrui composizioni, se mai ce ne fosse bisogno. In fondo sono tornato all’origine della mia esperienza letteraria, quando trascrivevo su quaderni in ottavo e fogli sparsi le parole lette sui libri, a volte traducendo (altra trascrizione) brani di poeti dall’inglese e leggevo poi a voce alta quello che quei fogli mi presentavano davanti agli occhi, unica, vera scoperta, ancora una volta, del mistero del mondo.

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