Archivio della Categoria 'Il lotto 285'

Giovedì 11 Gennaio 2018

A questo punto, dopo aver dichiarato nei precendenti capitoli l’appartenenza dell’incipit del mio raccontare a una suggestione onirica, e, doveroso fare una digressione che forse stupira, o quantomeno, incuriosira’ i lettori. Nel mio scartabellare alla ricerca di una citazione da mettere sulla testata di questo terzo capitolo, mi sono imbattuto in questa, che forse avevo trascritto involontariamente, e di cui, altrettanto involontariamente, non avevo segnalato l’autore.”Ma intanto il sogno mi aveva condotto a un’altro luogo, quello si’ piu’ aderente a quello che avevo visto fra le nebbie cimmerie, e non corrispondeva affatto a quello che avevo trovato nella realta’. Questo messaggio criptico mi aveva in un certo senso affascinato ed avrei certo continuato il mio racconto come si procede nelle storie fantastiche o nelle fiabe, senza che sia distinguibile il rapporto tra sogno e realta’, ma come potevo giustificare quell’ultima (o forse la prima) azione che avevo effettuato, cioe’ quella di impossessarmi delle armi? E come avrei dovuto interpretare come sogno l’apparire improvviso di quella che sarebbe stata poi individuata come compagna di lotta e di vita? Ritornai quindi al tema che mi aveva spinto a progettare il racconto, cioe’ quello della ricerca di quel luogo che avevo contraddistinto con la definizione di “Il lotto 285″.Nella prima parte mi sembrava d averlo individuato in quella casa diroccata ma poi un altro sogno mi aveva portato a quell’altro luogo dove avevo trovato le armi. Quale dei due era reale, ma come quei cavalieri alla ricerca del Santo Graal, pensai che era piutile passare all’azione’ piuttosto che sperdermi tra improbabili terreni di caccia.Mi atterro’ quindi in questo terzo capitolo alla piu’ cruda realta’ dei fatti come li ho subiti e vissuti. La prima questione che mi posi in questo frangente fu quella di dover pensare a come, e con chi, organizzarmi per mettere a frutto quel mio gesto istintivo. Mi consultai quindi con alcuni dirigenti del mio partito che a quell’epoca ancora agiva in clandestinita’ e decidemmo, con l’aiuto prezioso della mia compagna, di formare dei nuclei di combattenti armati, di pochi elementi ciascuno, che cominciassero ad agire in vari punti della citta’, ed in special modo nel centro e nelle zone limitrofe. Le fontane, che nella nostra bella citta’ ornavano le piazze e gli angoli delle strade, furono il primo teatro delle nostre riunioni cospiratorie, forse perche’ (pensavamo) con la loro austerita’ ci consentivano una maggiore privatezza, e, nel contempo, essendo prevalentemente in luoghi aperti, ci assicuravano una via di fuga piu’ agevole in caso di attacchi nemici. Ma, nel frattempo, nonostante i nostri primi sforzi di concretizzare la nostra azione, avvennero del fatti che non potemmo impedire, neanche fossimo stati il vero esercito regio, il quale, in quei momenti, dopo la fuga del re, stentava ad organizzarsi ed, anzi, diveniva bersaglio da parte delle truppe nemiche di rastrellamenti e di deportazioni, soprattutto nei loro corpi piu’ esposti, come quelli dei carabinieri e delle guardie di finanza. Questi fatti dolorosi spinsero me e i miei compagni ad intensificare la lotta, ma a meta’ ottobre, gia’ preannunciato da ricatti e intimidazioni da parte della polizia tedesca nei riguardi della comunita’ ci furono feroci e proditori rastrellamenti, nel Ghetto e in altre parti della citta’ di cittadini segnalati come appartenenti a famiglie israelitiche che si conclusero con la deportazione degli stessi nei famigerati campi di sterminio nazisti disseminati nell’Europa nord-orientale. Come si sarebbe potuto prevenire e ostacolare quella repressione cosi’ violenta? Poteva la Chiesa, nella figura del suo pontefice, fermare quella e poi le altre persecuzioni che la seguirono? Nel dubbio molti cittadini romani, contando solo sulle proprie forze, decisero di ospitare e di nascondere quei pochi individui che sfuggivano miracolosamente alle retate, considerandoli, al di la’ di ogni pieta’ cristiana, alla loro stessa stregua, cioe’ cittadini indifesi sotto occupazione straniera. Questi atti di solidarieta’ coinvolsero anche persone a me vicine ed io stesso, fuggendo, ebbi la fortuna di rifugiarmi presso lo studio di miei amici pittori nel centro della citta’. Da li’ potei industriarmi programmare i successivi attacchi alle forze di occupazione.

Allora decisi di rivelargli lo scopo della mia visita, che era quello di chiedergli se fosse in grado di indicarmi la strada per “La Sapienza”. “Forse vuole dire Tor Sapienza, la borgata?” mi corresse con un sorrisetto compiaciuto, ed io, che non volevo assolutamente contraddirlo, e visto che mi ero perso nella campagna a pochgi chilometri dalla citta”dissi “Si’, certo, la Borgata.”. E lui, di rimando, con fare gentile e premuroso, mi indico’ il percorso da fare per arrivare almeno al primo centro abitato, Tor Sapienza, appunto. “Guardi, prenda questo stradone che passa qui accanto, dopo quasi due chilometri si trovera’ davanti a un grande edificio bianco, di ispirazione razionalista, con finestre ad oblo’. Quello e’ l’ex dormitorio delle volontarie del regime. Adesso e’ deserto, perche’ le hanno spostate in un luogo piu’ sicuro. La strada asfaltata che lo costeggia lo portera’ al primo agglomerato di case basse, ancora prive d’intonaco. Da li’ inizia la Borgata di Tor Sapienza. Li’ passa una linea ferroviaria e lei dovra, camminare per un po’ sulla massicciata per raggiungere una stazione, ma ho ill dubbio che i treni siano funzionanti, a causa dei recenti bombardamenti.
Mi addentrai allora nella borgata, che era un agglomerato di case basse e prive di intonaco, costeggiate da strade ancora prive di asfalto,senza marciapiedi.