La mia storia
Mercoledì 31 Dicembre 2008Ho cominciato a scrivere che avevo quindici anni
sopra i banchi del liceo, fra professori e inganni.
Andavo sempre avanti senza giustificazioni a scuola
e stavo sempre male e non capivo una parola.
Poi vidi un giorno alla finestra un tale
che ci disse andiamo fuori e lo seguimmo per le scale.
E ci portò a Villa Borghese innanzi all’Ambasciata Austriaca
e vidi camionette che giravano e feriti.
E i sassi che volavano e gli idranti che spruzzavano
acqua sporca e le bestemmie dei passanti.
Poi qualcheduno ci spiegò dei fatti oscuri e ci costrinse
a fare delle svastiche sui muri.
Ho cominciato a scrivere che avevo quindici anni
e ho continuato tra i lenzuoli dei fantasmi.
Da grande sì farò il poeta e scriverò poemi umani
e riempirò le pagine di tutti i quotidiani.
Diventerò io il primo socialista e alle elezioni
del sessantadue ero lì ad ogni comizio.
Gli altoparlanti che gracchiavan l’Internazionale
e l’Inno dei Lavoratori che saltava sul finale.
Ed io scrivevo di città accerchiate da mille bandiere
rosse come Vladimir Majakovskij.
Ma il professore mi bocciò in letteratura in scienze
in arte in tutto il mio avvenire era distrutto.
I genitori che strillavano e l’estate al mare
con Maria dagli occhi azzurri senza mai parlare.
Sì si parlava ma soltanto di poesia
che le piaceva tanto ma era poi soltanto mia.
Poi un pomeriggio ritornando in pullman dalla spiaggia
vidi tanta gente che si radunava a San Giovanni.
E ripercorsi indietro tutto quel corteo
che proseguiva per tutte le strade fino oltre il Colosseo.
E vidi tanti pugni alzati e le bandiere ed i ritratti
erano i funerali di Togliatti.
Poi nel sessantaquattro pubblicarono
le prime mie poesie e mi pagarono anche tanto.
L’orgoglio dei parenti e degli amici
mi chiamavano poeta come un altro dei miei vizi.
E cominciavo a frequentare l’universitÃ
lasciata perdere al primo tentativo.
Ed io che non capivo che bastava un po’ di volontÃ
per continuare verso il mio destino.
Chi è nato contadino non può mai aspirare
a diventare professore in greco ed in latino.
Ma io sì che lo potevo fare dato che la mia estrazione
era già stata estratta dal padrone.
Poi andai a fare il soldato ma il soldato da ufficiale
e l’ufficiale fa il soldato imparando a comandare.
Da comandato a comandante a Padova sottotenente
era il sessantasette e il sessantotto.
Il sessantotto a Roma la mattina con le guardie
giù nei sotterranei con gli elmetti in testa e i mitra in mano.
E il pomeriggio dentro al Rettorato a fare
le assemblee e a decidere sulle lotte da fare.
Sembrava che un gran mare si fosse gettato
dentro ad un fossato e noi lì dentro ad affogare.
Per potermi salvare mi dovevo liberare
dagli impacci della mia divisa e salire le scale.
Le scale le facevo tutti i giorni fino al terzo piano
entravo e mi chiamavan capitano.
Ero un grado intermedio di potere
e non potevo fare niente tranne solo il mio dovere.
Che consisteva nel rubare all’amministrazione
carta penne gomme inchiostro soldi e la carta carbone.
Sentirsi la coscienza a posto di compagno onesto
solo perchè introducevo là il Paese o il Manifesto.
Che tanto quelli i guardavano come un marziano
che per caso avesse preso il posto a un loro capitano.
Il capitano vero l’hanno preso ed impiccato
in qualche posto perchè aveva disertato.
Maurizio Chiararia
Roma, 1976