Archivio di Ottobre 2009

Carlo Levi - Quaderno a cancelli

Sabato 31 Ottobre 2009

Einaudi
Saggi 611
Con una testimonianza di Linuccia Saba e una nota di Aldo Marcovecchio
1 illustrazione fuori testo
1^ edizione 1979

€ 30

Luciano Menghetti - La Marcia del “DAVAI” - Pensieri e ricordi di prigionia in Russia (1943-1946)

Lunedì 26 Ottobre 2009

a cura dell’ANMIG - Ass. Naz. fra Mutilati e Invalidi di Guera - Presidenza Regionale del Veneto
prefazione di Giulio Vescovi
1^ edizione 2004

€ 20

Roberto Gualtieri - Togliatti e la politica estera italiana - Dalla Resistenza al trattato di pace 1943-1947

Lunedì 26 Ottobre 2009

Editori Riuniti
Gli Stidi 80 - Storia
prefazione di Giuliano Procacci
1^ edizione: aprile 1995
€ 20

Giulio Vescovi - La notte dei fuochi - Racconti della Resistenza

Lunedì 26 Ottobre 2009

Stampato dalla Cooperativa Tipografica Operai - Vicenza
Con il patrocinio della Fondazione dell’Associazione Nazionale fra i Mutilati e gli Invalidi di Guerra
presentazione dell’Autore, 25 aprile 2005
prefazione di Sonia Residori
1^ edizione 2009

€ 20

Paolo Emilio Taviani - Breve storia della Resistenza italiana

Lunedì 26 Ottobre 2009

edizioni civitas
a cura della F.I.V.L.
hanno collaborato Aurelio Ferrando-Scrivia; Aristide Marchetti; Amedeo Montemaggi; Arrigo Paladini; Giulio Vescovi
premessa dell’autore
disegni originali di Elena Pongiglione
5^ edizione: novembre 1995

€ 20

Jean Paul (Johann Paul Friedrich Richter) - La Vita di Maria Wuz, il maestrino contento di Auenthal

Martedì 20 Ottobre 2009

R. Carabba Editore - Lanciano
Antichi e Moderni 36
Introduzione e traduzione di Emma Sola
1^ edizione italiana 1922

€ 50

Valentina D’Urso - Idea fumo (Poesie dal 1982 al 1992)

Martedì 20 Ottobre 2009

Edizioni dell’Oleandro
Poesia 12
Prefazione di Biagia Marniti
1^ Edizione: Giugno 1996

€ 20

Quando muore un compagno

Mercoledì 14 Ottobre 2009

Quando muore un compagno
sei pure tu che muori
si allontana di un passo
l’obiettivo che insieme immaginavi.
Quando muore un compagno
specie se d’eroina
scoperto in una macchina
sotto un cielo d’inverno una mattina
ti senti risvegliare
come da un brutto sogno
e ti vien di pensare
che lui proprio di te aveva bisogno.

Quando muore un compagno
specie sempre più rara
ti andrebbe di chiamarlo
e organizzare insieme una fumata.
E se il compagno muore
preso dai disinganni
ti andrebbe di cambiare
tutto quel che sei stato in questi anni
ritornare agli amici
riscoprirli diversi
e tornare a quei giorni
in cui per strada poi te li sei persi.

Quando muore un compagno
la foto sul giornale
pensi che gli altri dicano
“me l’aspettavo che finisse male”
e ti andrebbe di dire
a questi parolai
che la sua morte vale
più di quella di mille generali
però poi ti convinci
che il delitto non paga
però lui sì ha pagato
senza aver rotto altro che una fiala.

Quando muore un compagno
domani il funerale
i parenti che piangono
senza lacrime tu stai lì a guardare.
Quando muore un compagno
magari un anno dopo
scopriremo l’antidoto
ma per lui avremo fatto sempre poco
quel poco che facciamo
l’abbiamo sempre fatto
ma non ci va che un prete
lo usi per barattare il suo riscatto.

Quando muore un compagno
chissà se lo era ancora
serrato dentro al bagno
forse aspettava che venisse l’ora
l’ora in cui tutti gli aghi
andranno bene a segno
quello che immaginavi
ma non hai avuto il tempo di vederlo.

Quando muore un compagno
rimani tu che vivi
si avvicina di un passo
l’obiettivo che insieme costruivi.

Maurizio Chiararia

Roma, 1980

Vendette

Mercoledì 14 Ottobre 2009

Se non avessi braccia
potrei gesticolare
farmi così capire
dagli altri e non da te.

Se non avessi tempo
potrei farti aspettare
piegare quel lampione
che ha visto sempre me.

Se non avessi labbra
io ti potrei baciare
farti così tradire
come fai tu con me.

Se non avessi voce
forse potrei cantare
farmi così imitare
dal mimo che c’è in te.

Se non avessi mani
ti potrei accarezzare
come fai tu col mare
che si ritrae da te.

Se non avessi corpo
io ti potrei apparire
e farti spaventare
come nei sogni tu.

Se non avessi testa
io ti dovrei inventare
per farti dopo dire
che mi hai inventato tu.

Se non avessi piedi
forse potrei inciampare
per farmi spolverare
da un’altra e non da te.

Se non avessi forze
io mi potrei stancare
dopo fatto l’amore
non ricomincerei.

Se io non fossi niente
sarei riconosciuto
come uno sconosciuto
che non conosce te.

Maurizio Chiararia

Roma,1980

Canzone per Gloria

Martedì 13 Ottobre 2009

Per Gloria riccetta
per Gloria che ha chiesto un passaggio
sulla mia lambretta
credendo che fossi un miraggio
scambiandomi pure
per un cantautore famoso
mentr’io già pensavo
di essere solo suo sposo.

In poche parole
mi ha detto che era compagna
e che c’ha la scuola
vicino a Via Sommacampagna
e che la mattina
si deve svegliare alle sette
ma è proprio un destino
che c’hanno tutte le riccette.

E prende la metro
Magliana San Paolo Stazione
e si porta dietro
la borsa con la colazione
o forse soltanto
i libri legati col nastro
o forse nemmeno
perchè solo un anno è rimasto.

E dopo quest’anno
s’iscriverà al Conservatorio
così lì almeno le danno
qualcosa che sembri un lavoro
potendo insegnare
in tutte le scuole inferiori
teoria musicale
ed educazione di cuori.

Un cuore educato
non può fare cose anormali
per questo lo Stato
riccette ne sforna a quintali
però ce n’è una
che non starà certo a quel gioco
e sotto la luna
farà dei suoi libri un gran fuoco.

E lì troverà un tale
nascosto dietro una chitarra
che le vorrà fare
un numero fuori programma
Francesco Guccini
che guida una verde lambretta
ma è proprio un destino
che capita ad ogni riccetta.

Maurizio Chiararia

Roma, 1978

La canzone popolare

Martedì 13 Ottobre 2009

La canzone popolare ha una sua grande funzione
che sta nel partecipare a ogni manifestazione
sia privata che di massa, studentesca o sindacale,
sia nei circoli che in piazza, locandine sul giornale.
Quanta gente si è raccolta per raccoglier la canzone,
per studiarla e interpretarla nella giusta dimensione,
per trovarci sia il messaggio, sia l’autentica espressione,
sia la forza ed il coraggio per un’altra condizione.

Stiamo attenti ma compagnici che noi siamo dei politici,
noi non siamo dei cultorici della musica dei villici,
contadini malinconici e pastori protestantici
devono essere rivoltici sempre in termini politici.
La canzone popolare, sconosciuta o manifesta,
è tenuta a dispensare contenuti di protesta,
meno male che c’abbiamo la canzone popolare
per far star bene il padrone continuando noi a star male.

La canzone popolare nasce dalla situazione
di rapporto antagonale tra sfruttato e sfruttatore,
è l’esempio più lampante dell’alterità di classe,
volontà di autogestione che vien fuori dalle masse.
Quante volte abbiam cantato la canzone popolare
per la stampa comunista, per la festa patronale,
collegando i contenuti a seconda della rima
sollecitavamo i muti a parlar meglio di prima.

Noi scendiamo nel politico mantenendo il senso artistico
e il padrone fa il profittico e non ti firma il contrattico,
ma cantare sì è politico educando il gusto artistico
praticando in senso mistico “porgi sempre l’altra guancica”.
La canzone popolare siede sempre alla sua destra
come il dono più speciale al padrone che fa festa.
Il buffone ed il giullare stanno sempre alla sua mensa
e lo fanno sbellicare dalle grida e d’allegrezza.

La canzone popolare ha poi un’altra sua funzione
che sta nel pubblicizzare per radio e televisione
il prodotto più genuino, più sicuro e naturale,
dalla grappa allo stracchino al governo clericale.
Da quei suoni ne ricavi un’idillica emozione
che ti fa veder Fanfani come giusta soluzione.
Trasmettendo “Là sui monti” come un inno nazionale
lor ti avallano l’ingresso della guardia forestale.

Proiettando il vello candido di vari branchi di pecore
lor ti avallano il messagico che noi siamo quelle pecore
che stanno nell’intervallico tra una guerra e un’altra guerrica
senza scavalcar l’ostacolo e brucando sempre l’erbica.
La canzone popolare è serva di due padroni,
serve sia al proletariato che ai suoi cari sfruttatori
che pensano al suo riscatto come mezzo strumentale
regalandogli strumenti che lui non potrà mai usare.
La canzone popolare è mezzo di produzione
mezzo serve al capitale e mezzo serve al padrone.

Maurizio Chiararia

Roma,1975

Qualcosa che ancora non è

Martedì 13 Ottobre 2009

Mi devi aiutare
a fare violenza
a qualcosa nata
qui dentro me stessa
qualcosa che parla
che non vuole uscire
qualcosa che è parte di me.

Ed essere madre
vuol dire qualcosa
non solo una sacca
con dentro le uova
vuol dire esser altra
vuol dire esser nuova
vuol dire esser fuori di sè.

E quando uscì fuori
la prima creatura
ha testimoniato
la vita futura
la strada che ha fatto
per poter uscire
l’ha fatta a ritroso da sè.

E quando uscì fuori
gli gridai sei nato
nonostante tutto
qualcosa ho creato
e adesso son madre
la tua madre vera
essendo venuto da me.

E ti ho visto accato
eri un po’ imbarazzato
hai voluto assistere
a quel primo parto
hai visto il cordone
quello di tua madre
e tu che nascevi da me.

Ma sì certe cose
ti fanno pensare
a quello che devi
o non devi fare
ti fanno guardare
più dentro te stesso
e il nesso che c’è fra me e te.

Ma c’è qualcos’altro
che non è pensato
e che non sta scritto
in nessun trattato
che questo bambino
libero non è stato
e libero adesso non è.

Perciò adesso aiutami
a fare violenza
a questo qualcosa
qui dentro me stessa
qualcosa che parla
che non vuole uscire
qualcosa che ancora non è.

Maurizio Chiararia

Roma,1975

Ballata della giustizia

Martedì 13 Ottobre 2009

Molte volte l’ccasione fa l’uomo ladro,
molte volte l’occasione fa il delinquente,
molte volte l’occasione è nella tua mente
ma non sai sfruttarla sempre nel giusto grado.

Molte volte l’uomo ladro fa il presidente,
molte volte il presidente diventa ladro,
molte volte il delinquente si chiama ladro
però non si chiama ladro il presidente.

Molte volte il magistrato fa il delinquente,
molte volte il delinquente fa il magistrato,
quasi mai l’accusatore ci rimette
mentre ci rimette sempre l’accusato.

Molte volte l’occasione sta nella mente
di chi sa sfruttarla sempre nel giusto grado
e chi non la sa sfruttare rimane ladro
mentre chi la sa sfruttare fa il presidente.

Molte volte l’occasione fa l’uomo ladro,
molte volte l’occasione fa il delinquente,
molte volte l’occasione è nella tua mente,
ma non la puoi sfruttare sempre,
non la puoi sfrurrare sempre,
presidente.

Maurizio Chiararia

Roma. 1975

Ines Carmona

Martedì 13 Ottobre 2009

Ines Carmona
donna del Cile
è giusta a Roma
e sopravvive,
con un plotone
d’esecuzione
le avete dato
l’assoluzione.

L’assoluzione
di falsi preti
che salvan l’anima
di uno su dieci,
la stessa razza
di traditori
che inchiodò Cristo
e i due ladroni.

Ines Carmona
vi manda a dire
che qui sta bene
ma vuol morire
pensando agli altri
che son rimasti
e ai corpi uccisi
dei suoi ragazzi.

Ines Carmona
ti meravigli
di ritrovare qui
gli stessi figli,
i pugni chiusi
e le bandiere
dei comunisti
del tuo paese.

E come madre
ti raccomandi
che anche per loro
non sia già tardi,
non è mai tardi
ma per lottare
e siamo in tanti
per cominciare,
non è mai tardi
per cominciare
e siamo in tanti
ma per lottare.

Maurizio Chiararia

Roma, 1973

Camicie nere

Martedì 13 Ottobre 2009

Senza qualcosa che veste
cosa sareste cosa sareste.
Qualcosa che vi distingua
nella battaglia
dalla soldataglia.
Qualcosa che sia unforme
entro le norme
del conformismo.
Se non ci fosse il fascismo
chi vi darebbe tanta allegria.
Se non ci fosse la CIA
chi ci darebbe
tanto fascismo.
Se non ci fosse il colera
le bustarelle del petroliere.
Senza le vostre galere
come stareste
ancora al potere
camicie nere?

Senza qualcuno in famiglia
che vi lusinga, che vi consiglia:
Senza un’infanzia felice
con l’aeroplanino
e la mitragliatrice.
Senza qualcuno alla porta
che quando uscite
vi fa da scorta.
Senza gli amici potenti
che fan da scudo ai vostri lamenti.
Senza lo sporco candore
di chi vi crede
il male minore.
Senza la vostra censura
che vi ripaga di ogni paura.
Senza le azioni severe
come stareste
ancora al potere
camicie nere?

Maurizio Chiararia

Roma, 1973

Per Monica

Martedì 13 Ottobre 2009

Alzati dal letto
e scavalca la finestra
ma qualcuno già ti afferra
per le gambe e ti grida dove vai.
E ti volti per guardarlo
ma la maschera sul volto
ti impedisce di capire
se è il dottore o l’infermiere,
a seconda della classe
gli rispondi sì, va bene,
altrimenti ti ribelli
hai bisogno di calore
“Lei, dottore, mi capisce,
io le voglio tanto bene,
ma mi sento così triste,
io non ce la faccio più.”

E il calore te lo danno
ma pagato a caro prezzo
anche a costo di inventarti
altri mali che non hai.
E se vuoi uscire dal cerchio
o lo rompi o lo scavalchi
non ci puoi girare intorno
dentro o fuori fa lo stesso.
E’ il tuo cerchio personale
costruito con gran cura
fuori e dentro la natura
dalla quale non si scappa.
E ti porti dentro il male
sconosciuto o manifesto,
puoi rimetterti ma questo
riscattarti non può più.

Maurizio Chiararia

Roma, 1973

Principe mio

Martedì 13 Ottobre 2009

Principe mio, signore del mondo,
le pietre si svegliano e cozzan fra loro,
le spighe nei campi non sono piegate
da venti o da piogge o da grandinate,
la vita continua nei tristi sentieri
che disseminasti di biechi scudieri,
le fredde madonne dalle gradinate
nell’olio bollente saranno gettate
per sempre.

Principe nostro, abbiamo covato
nelle tue segrete un odio frenato,
se noi potevamo rubare le armi
facendo alleati gli stessi gendarmi
non l’abbiamo fatto perchè per guarire
non basta soltanto sapere morire,
l’abbiamo capito, un morto di meno
a noi fa più comodo che al tuo cimitero
di sempre.

Principe nostro, quegli esseri scuri
che ti offrono l’acqua nei tristi tuguri
non sono soltanto la copia infelice,
la deformazione del tuo esser felice,
ma sono la copia dell’odio di classe
da sempre diversi e senza speranze
non puoi ricondurli ai teneri ovili
perchè sono lupi e non agnellini
da sempre.

Principe nostro, sventato l’agguato
hai sempre paura del cappio celato,
la terra nasconde chissà quali insidie
che noi conosciamo ma non le tue guide,
la caccia continua ma senza cinghiale
che un giorno funesto colpisti ma male,
non bastano i cani nè l’urlo dei corni
per intimorire che conta i tuoi giorni
da sempre.

Principe azzurro, con te a cavalcare
non c’è Biancaneve nè il Mago del Male
nè tutti i fantasmi che tu ci inventavi
per farci sembrare dei semplici nani,
e nella miniera noi siamo operosi
ma non per scavare i nostri rifugi
bensì per minare dalle fondamenta
castelli e palazzi nei quali fai festa
da sempre.

Principe nero, signore del mondo,
sapessi che voglia di infiggerti a fondo
il pugnale nel cuore come nei bei tempi
di fosche congiure contro i prepotenti,
ma voglio temprare più ancora la lama
e rendere ancora più fitta la trama
siam pronti da sempre ma ancora aspettiamo
quel giorno solenne in cui ogni sovrano
cadrà.

Maurizio Chiararia

Roma, 1973

Claudio Ongarello

Martedì 13 Ottobre 2009

Non voglio certo scriverti l’elogio funebre
l’ennesima canzone di protesta
ucciso con un colpo nella schiena, inutile,
da un milite che avrà perso la testa.
Ma vorrei dire cose che nessuno dice
di quelle che ti lascian dentro il segno
e giudicare il fatto dalla sua radice
senza farmi deviare dallo sdegno.

Pietà non serve più, l’abbiamo già capito,
essere giusti, ma in quale giustizia?
Tantomeno pietà per quel che t’ha colpito,
per quelli che faranno la perizia.
Entrare nelle loro case e dir gridando
“cosa gli avete fatto al mio ragazzo,
porci, fetenti” e a forza piano piano entrando
chiamar tutta la gente del palazzo.

Ed inondare d’odio tutto il pavimento
tutte le scale e tutti il marciapiedi,
distribuir le armi e con il polso fermo
uccidere tutti i carabinieri.
Ma dopo salterebbe tutto quanto in aria, ,
muoia Sansone e tutti i Filistei,
ma almeno certo poi respireremo un’aria
più buona, senza spazi e senza cieli.

Certo la gente vuol che questo non si avveri
vuol solo che ci sia un po’ più giustizia,
leggere sui giornali le notizie d’ieri
che il giudice ha ordinato la perizia.
E intanto giaci morto lì a Segrate
nell’entroterra basso milanese,
le tracce del delitto son già cancellate
ma le certezze non si sono arrese.

Maurizio Chiararia

Roma, 1973

Navi

Martedì 13 Ottobre 2009

Anche quest’anno andremo
dove non soffia il vento
dove i gabbiani cadono
senza fare lamento.

Anche quest’anno andremo
verso il solito mare
vedremo sugli scogli
ferita un’altra nave

e ci domanderemo
se c’era l’equipaggio
ma non vedendo morti
diremo era un miraggio

e giustificheremo
da bravi un’altra volta
come ammutinamento
un gesto di rivolta.

E poi ci guarderemo
in faccia per trovare
un riflesso negli occhi
del tramonto sul mare

e poi ci volgeremo
verso la terra ferma
impotenti vedremo
nuovi fuochi di guerra.

Ma una nuova vigilia
sapremo immaginare
e all’orizzonte bianca
vedremo un’altra nave

con le vele spiegate
col nostromo al timone
e noi diremo subito
è la rivoluzione.

Maurizio Chiararia

Roma, 1973

Paul A. Baran - Paul M. Sweezy - Il capitale monopolistico - Saggio sulla struttura economica e sociale americana

Lunedì 12 Ottobre 2009

Einaudi
Nuova Biblioteca Scientifica Einaudi 23
traduzione di Luigi Occhionero
con 5 figure nel testo
1^ edizione italiana 1968

€ 30