- Appuntamenti

- Si è costituita, all’interno di The Lib-rary, La Libreria dei Movimenti, che propone, on-line, tutte le pubblicazioni a stampa (Libri, Riviste, Giornali, Opuscoli, Volantini, Locandine, Manifesti, ecc.), documenti sonori (Audiocassette, Dischi, ecc.) e visivi (Filmati, Fotografie, ecc.) riguardanti la storia dei movimenti politici, letterari e artistici internazionali, che si sono susseguiti dalla Rivoluzione Francese a oggi (es. Movimento Anarchico, Movimento Contadino, Movimento Operaio, Movimento Surrealista, Movimento Femminista, ecc.). Chiunque abbia del materiale da fornirci può scriverci per darci informazioni e comunque può già consultare in nostro catalogo, per eventuali ordinazioni, alle varie voci, soprattutto “Documenti a stampa”, “Documenti sonori”, “Movimenti”, “Politica”, “Riviste”.
Verranno inoltre segnalati i vari appuntamenti su Conferenze, Incontri, Mostre, riguardanti gli argomenti trattati.

“Mi propongo di muovere e di agitare la gente. Non vendo il pane, ma il lievito.”
Miguel de Unamuno

Finora i Movimenti di cui disponiamo materiale sono:

Movimenti politici:

- Movimento operaio
- Movimento contadino
- Movimento spartachista
- Movimento anarchico (Anarchismo)
- Movimento studentesco
- Movimento femminista (o di liberazione della donna)
- Movimento sindacale
- Movimento socialista
- Movimento panafricano (Panafricanismo)
- Movimento comunista
- Movimento millenarista
- Movimento del ‘77
- Movimento altermondista
- Movimento Peace Now
- Black Power
- Black Panthers
- La Pantera

- Movimento Sinistrorso
- Free Speech Mouvement

CONCERTO CONCRETO
con
Maurizio Chiararia
(chitarra e voce)
e
Alessandro Romanello
(chitarra elettrica)
al
CONTROPALCO
del
Circolo Gianni Bosio
Via S. Ambrogio 4 - II piano

seguirà la presentazione del libro
ALFABETARIO
Campanotto Editore
con numerosi ospiti a sorpresa

Mercoledì 20 Luglio – ore 20

COMUNICATO STAMPA

“Concerto Concreto” non è un semplice gioco di parole, ma il tentativo di definire uno spettacolo di canzoni dell’autore del libro, Maurizio Chiararia, a partire dalla sua essenza: musica, voce, testo. Sono canzoni nate in un periodo successivo alla stesura del libro, quando l’autore aveva abbandonato la scrittura poetica e prosastica di ricerca, per trovare nella canzone un linguaggio più comunicativo e consono a quei tempi di contestazione e rivolta. Scritte nel periodo dal 1972 al 1992, interpretate più volte in occasione di manifestazioni politiche o in club storici come il Folkstudio, esse hanno come filo conduttore una serie di temi che vanno dalla riflessione sui rapporti d’amore alla ricostruzione di fatti storici realmente accaduti o semplicemente scaturiti dalla fertile fantasia dell’autore. Nelle stesse canzoni a volte questi temi si intrecciano fra loro, fino a formare un discorso narrativo autentico ed originale che si discosta da quello della maggior parte della cosiddetta “canzone d’autore” di ieri e di oggi, per approdare a nuove forme espressive che trovano nella commistione fra musica, voce e testo una concreta realizzazione.
Lo spettacolo si articola in due parti, con otto canzoni ciascuna, separate da un breve intervallo. Normalmente ciascuna canzone viene eseguita senza aggiungere alcuna spiegazione, ma talvolta l’autore si concederà qualche commento che possa chiarificare le circostanze in cui un’idea abbia preso corpo e sia diventata appunto canzone.

PROGRAMMA
1. Per Amore
2. La Bella Irene
3. Norman Bates è tornato
4. L’anno in cui rapirono De André
5. Il bidello
6. Berlino
7. Commiato
8. La porta
Intervallo
9. I fantasmi di Bologna
10. Blumen
11. Favola
12. Canzone semplice
13. Amica
14. Le visioni del principe
15. Pelusi
16. La mia storia
A fare da occasione alla scelta di realizzare uno spettacolo completo c’è la recente pubblicazione di un libro dell’autore: ALFABETARIO, edito da Campanotto, che quindi verrà presentato dallo spettacolo stesso, senza aggiunta di apparati critici il più delle volte inutili e dannosi. Come le canzoni, anche il libro ha la presunzione di commentarsi da sé. Naturalmente l’autore lascia la facoltà a chi abbia già letto il libro di poter intervenire alla fine dello spettacolo per esprimere le proprie opinioni, purché inerenti al libro o alle canzoni o (cosa più auspicabile) a entrambi.
Infine, l’apporto musicale dell’amico e sodale Alessandro viene considerato dall’autore non come semplice supporto all’esecuzione delle canzoni, ma come parte integrante delle stesse.

Geografia della violenza
(per non dimenticare)

di Maurizio Chiararia

“Era un francese” riprese con voce sommessa. “Piccolo, sottile, malato, professore di storia dell’arte alla Sorbona. Nelle liste era già morto da un pezzo. Iniezione al cuore. Ma noi l’avevamo sempre salvato, avevamo falsificato le liste. Negli ultimi mesi lo si poteva fare. Ed ecco che il carnefice lo scoprì. Fra tutti gli assassini era costui il più spietato. Aveva un’alta carica nel Lager. Aveva inventato l’uso dei ganci da macellai. Lo sapevate?”
Tutti e due scossero la testa.
“A quei ganci appendevano per il mento i condannati. Era una morte tremenda, forse la più tremenda di tutte. Là fummo costretti a portarlo. Era tranquillo e coraggioso, ma quando entrammo nel vasto macello mi guardò in faccia. Erano occhi che tutta la vita si erano imbevuti di bellezza, di quadri, di chiese, di Madonne. Erano ancora pieni di quelle visioni, tanto pieni che le visioni quasi coprivano la sua angoscia mortale. Ma io la vidi in fondo a quegli occhi, sotto quelle vedute. Io solo. Tutto stava già disgregandosi perché il fuoco delle artiglierie avanzava sempre più dappresso e alcuni di noi erano già segretamente armati. Anch’io. E quando portammo il francese sotto la trave coi ganci, dissi al carnefice di voltarsi. Egli si voltò, veloce come se una serpe l’avesse morso al tallone, e si trovò davanti la canna della mia pistola. S’irrigidì perché non comprese. Gli parve che tutto il mondo andasse in frantumi. Rimaneva però ancora una faccia malvagia, nefanda, anche così irrigidita, anzi peggio ancora che nella libera vita. Si volse e non vide altro che la fine. Nessuno mostrava pietà. Era soltanto la fine. Cadde quindi in ginocchio e chiese grazia e noi non avevamo immaginato che su quelle labbra potessero vivere ancora parole umane. Ascoltammo come avremmo ascoltato se un ragno si fosse messo a parlare dentro la tela, oppure uno scorpione o un basilisco. Ci fece orrore sentirlo parlare con voce umana. Ci parve che tutti quegli anni la figura umana non avesse subito scempio maggiore di quella voce. Avevamo creduto che dentro di lui vivesse una voce di demonio o di lupo, come nei quadri di Jeronimus Bosch. Il professore chiese grazia per lui, ma noi crollammo il capo. Gli altri volevano issarlo sul gancio, ma prima che potessero prenderlo io sparai. Avrei potuto sparargli nel cuore, sparai invece nel viso. Pensai forse che con un colpo al cuore poteva risorgere, perché nel suo corpo non c’era niente dove noi abbiamo il cuore, nient’altro che vuoto. La sua vita era tutta nel viso che avevamo veduto sorridere, molte, molte volte. E io sparai in quel passato sorriso. Egli cadde in avanti, ma per me non cessò di sorridere. Mi capite? Non cessò di sorridere. Era come se il suo sorriso fosse immortale, il male immortale, e mille spari non potevano spegnerlo. Era come se avessi sparato contro Sirio o contro la via Lattea. Gli altri lo trascinarono via e io li seguii con lo sguardo. Per nessuno ho previsto come per lui che sarebbe risorto e dopo risorto avrebbe ancora sorriso come sempre. Il francese mi strinse la mano, la sinistra, non la destra, e disse una cosa molto strana. Disse “Ceux qui restent, ce sont les pauvres.” Molto strano, perché era la verità. Una di quelle verità che l’uomo sa dire solo quando ha già deposto la forma terrena, l’angoscia, la speranza, l’odio e forse anche l’amore. Ce sont les pauvres.”

Ernst Wiechert, Missa sine nomine

(Ernst Wiechert, (1887-1950), scrittore e poeta tedesco, fu internato a Buchenwald nel 1938, da dove uscì vivo ma minato e fortemente provato nel corpo e nell’animo e rimase sotto sorveglianza stretta fino alla fine della guerra. Dal 1948 si trasferì in Svizzera dove descrisse questa parte della sua vita in Der Totenwald - La selva dei morti (che era il nome che gli abitanti della regione davano al Lager di Buchenwald, “selva dei faggi”) e Missa sine nomine, raccontando della sua volontà di ritirarsi dal mondo.)

Nel celebrare la Giornata della Memoria, istituita per ricordare il primo giorno di apertura dei cancelli di Auschwitz e la liberazione dei superstiti da parte delle forze alleate, il 29 gennaio di settant’anni fa, appunto, vorrei ricordare che, come sono esistite, durante l’ultimo conflitto mondiale, e dopo, numerose e terribili stragi collettive, quali le Fosse Ardeatine, S. Anna di Stazzema, Marzabotto, Babij Jar, Utoya ed altre, è esistita anche una serie di singole uccisioni, perpetrate da truppe tedesche o bande fasciste, che vanno a comporre anch’esse il mosaico di un’enorme strage.
Vi sono state poi (e la storia del ‘900 ce le racconta fin dai primi anni del secolo) morti dovute a repressioni perpetrate da forze fasciste e naziste ancora prima della nascita di quei regimi, o morti per suicidio a seguito di eventi bellici o di persecuzioni ancora una volta condotte da forze militari della Wehrmacht o dalle SS, ed ancora, in un lungo strascico che dura dalla fine della seconda guerra mondiale fino ad oggi, di suicidi riconducibili, anche se non direttamente, alle esperienze vissute in quegli anni.
Ho qui cercato di elencare alcune delle singole uccisioni o suicidi più eclatanti, ma l’elenco, per chi abbia la pazienza e la competenza storica di voler approfondire, è destinato, purtroppo, ad infoltirsi:

Jean Jaurès, socialista e pacifista, assassinato da un nazionalista il 31 luglio 1914.

Rosa Luxembourg, ebrea di origine polacca, fondatrice del partito socialdemocratico polacco, assassinata a Berlino il 15 gennaio 1919., insieme con Liebknecht, dai soldati dei cosiddetti Freikorps, i gruppi paramilitari agli ordini del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert e del ministro degli Interni, Noske.

Karl Liebknecht, capo della sinistra socialdemocratica, assassinato a Berlino il 15 gennaio 1919, assieme alla Luxembourg dagli stessi Freikorps.

Kurt Eisner, presidente del consiglio dei ministri bavarese, assassinato il 21 febbraio 1919 a Monaco di Baviera da un esponente della destra radicale, il conte Arco Valley.

Leo Jogiches, ebreo, socialdemocratico polacco di origini lituane, assassinato il 10 marzo 1919 nella prigione di Moabit (Berlino) dal poliziotto Tamschick.

Gustav Landauer, ebreo, filosofo e militante libertario, fu ucciso il 2 maggio 1919 in prigione a Monaco di Baviera, lapidato dai Freikorps.

Heinrich Dorenbach, capo della Divisione polacca della Marina di stanza a Berlino, assassinato il 17 maggio 1919 nella prigione di Moabit dal poliziotto Tamschick.

Eugene Leviné, ebreo, rivoluzionario e leader della Repubblica Sovietica Bavarese, morì fucilato il 5 luglio 1919 nella prigione di Stadelheim, Monaco di Baviera. (le Guardie Rosse uccisero 8 ostaggi, i Freikorps, per ritorsione circa 700 persone).

Hugo Haase, ebreo, presidente del Partito Socialdemocratico Tedesco, morì il 7 novembre 1919 a Berlino, a seguito di un attentato organizzato da Joahnn Voss, un malato di mente, che lo ferì gravemente con un colpo di arma da fuoco.

Vladimir Dmitrievich Nabokov, padre del noto scrittore, già segretario del Governo Provvisorio dopo la Rivoluzione Bolscevica di febbraio, fu assassinato a Berlino il 28 marzo 1922 da un ufficiale antisemita russo.

Walther Rathenau, ministro degli esteri della Repubblica di Weimar, fu ucciso a Berlino, in un attentato, da terroristi di destra il 24 giugno 1922. Un ruolo nell’organizzazione dell’assassinio lo ebbe un ex militare dei Freikorps, Ernst von Salomon, in seguito scrittore.

Eccidio di dodici operai da parte dei fascisti a Torino il 12 dicembre 1922, un mese e mezzo dopo la marcia su Roma. Pietro Ferrero, l’organizzatore degli operai metallurgici, dopo essere stato legato con i piedi a un barroccio, venne trascinato per le vie della città e infine abbandonato, ormai cadavere, sul ciglio di una strada.
La settimana seguente altri sei operai furono trucidati a La Spezia.

Giacomo Matteotti, deputato socialista, fu rapito ed ucciso il 10 giugno 1924 da una squadra fascista, capeggiata da Amerigo Dumini.

Piero Gobetti, intellettuale antifascista, morì esule il 15 febbraio 1926 in una clinica a Neully-sur-Seine (Francia), dopo aver subito due aggressioni da parte di elementi fascisti a Torino.

Giovanni Amendola, deputato antifascista, morì il 7 aprile 1926, nella clinica La Cassy Fleur di Cannes, a seguito delle percosse subite l’anno precedente da un’aggressione fascista in Italia.

Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, anarchici italiani, condannati alla pena capitale nello stato del Massachussets con l’accusa di omicidio di un contabile e di una guardia del calzaturificio «Slater and Morrill», proclamatisi sempre innocenti, salirono sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927.

Hermann Umfried, pastore della Chiesa luterana, protesta apertamente nel marzo 1933 contro le violenze di cui molti ebrei sono vittime. Spinto a dimettersi dalla sua gerarchia, si suicida nel Gennaio 1934.

Eric Muhsam, ebreo, rivoluzionario anarco-comunista e scrittore, ucciso il 10 luglio 1934 nel campo di concentramento di Orianenburg, vicino Berlino.

Il cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss viene ucciso da nazisti austriaci in un fallito colpo di stato il 25 luglio 1934.

Antonio Gramsci, tra i fondatori del Partito Comunista Italiano, morì il 27 Aprile 1937 nella clinica “Quisisana” a Roma, dopo aver scontato più di dieci anni di carcere.

Angelo Fortunato Formiggini, uno dei più importanti ed originali editori italiani, ebreo, si toglie la vita, al termine di una tormentata parabola, in segno di protesta contro le leggi razziali, gettandosi dalla “Ghirlandina”, la Torre del Duomo di Modena, la mattina del 29 novembre 1938.

Ernst Toller, ebreo, scrittore e rivoluzionario, morì suicida il 22 maggio 1939 nell’albergo Mayflower di New York, dove era emigrato a seguito delle persecuzioni naziste.

Carlo e Nello Rosselli, antifascisti di “Giustizia e Libertà”, furono assassinati il 9 giugno 1939 a Bagnole-de-l’Ouse (Cannes) da una squadra di “caguolards”, miliziani della “Cagoule”, formazione eversiva di destra francese.

Ernst Weiss, medico e scrittore, conosciuto ed amato da Kafka, si toglie la vita il 15 giugno 1940, a Parigi, il giorno dopo l’invasione nazista della capitale francese.

Walter Hasenclever, scrittore e drammaturgo tedesco, morì il 22 giugno 1940 nel campo di sterminio di Les Milles, vicino Aix-en-Province (Francia), uccidendosi con una dose di barbiturici per non cadere nelle mani dei nazisti.

Walter Benjamin, ebreo, filosofo e pensatore tedesco, si toglie la vita, per non cadere nelle mani dei nazisti, il 26 settembre 1940, a Port Bou (Spagna), con una overdose di morfina.

Stefan Zweig, scrittore di origine ebraica, strenuo oppositore del nazismo, morì suicida il 22 febbraio 1942 a Petropolis, Rio de Janeiro, Brasile, assieme alla sue seconda moglie Lotte Altmann.

Adam Czerniakow, presidente della Jugenrat di Varsavia, si suicida il 23 luglio 1942, per non dover collaborare con i tedeschi nelle deportazioni.

Bruno Schulz, ebreo, scrittore, viene ammazzato per strada, durante un’operazione “selvaggia” della Gestapo, all’interno del Ghetto di Varsavia, il 19 novembre 1942, da un funzionario della Gestapo, Karl Guenther.

Simone Weil, una delle menti più fervide della filosofia francese, ebrea, studiosa del movimento operaio, combattente in Spagna durante la guerra civile, pacifista, affetta da tubercolosi, si lascia morire a 34 anni, il 24 agosto del 1943, nel sanatorio di Ashford, nel Kent.

Milena Jesenskà, traduttrice ceca, nota per la sua breve relazione con Franz Kafka, arrestata nel novembre del 1939 dalla Gestapo, fu deportata nel campo di concentramento di Ravensbruck, dove morì, a causa di una malattia renale, il 17 maggio 1944.

Christa Winsloe, romanziera, drammaturga e scultrice ungherese, sfuggita negli anni trenta alle persecuzioni naziste ed unitasi alla resistenza francese, fu uccisa a colpi d’arma da fuoco, insieme alla sua compagna, la scrittrice svizzera Simone Genter, il 10 giugno 1944, nei pressi di Cluny (Francia), da quattro uomini francesi che la sospettavano di essere spia per conto dei tedeschi.

Enrico Rocca, germanista e scrittore ebreo, volontario nella Grande Guerra, colpito in prima persona dalle leggi razziali, amico fraterno di Stefan Zweig, si suicida a Roma il 20 luglio 1944.

Julie Wohryzek, ebrea boema, ebbe una breve relazione dal 1918 al 1919 con Franz Kafka, fu in seguito deportata nel campo di concentramento di Auschwitz, dove morì il 26 agosto 1944.

Hannah Szenes, ebrea ungherese immigrata in Israele, inviata dall’esercito inglese in Jugoslavia per una pericolosa azione a fianco dei partigiani di Tito, nel tentativo di raggiungere Budapest viene catturata alla frontiera dai nazisti, sottoposta a processo sommario, e fucilata il 7 novembre 1944.

Il presidente della Federazione Sionista, Otto Komoly, viene assassinato a Budapest il 1° gennaio 1945 dalle Croci Frecciate, formazione antisemita di estrema destra ungherese.

Tadeusz Borowski, scrittore e giornalista polacco, sopravvissuto all’internamento nei campi di concentramento di Auschwitz e Dachau, morì a Varsavia, suicida, all’età di ventotto anni, il 1° giugno 1951.

Paul Celan, poeta rumeno, ebreo, riuscito a sfuggire alla deportazione, perderà i genitori, catturati dai nazisti: il padre muore di tifo e la madre viene fucilata nel campo di concentramento di Michajlovka, in Ucraina. Muore suicida a Parigi, gettandosi nella Senna, nella notte tra il 19 e il 20 aprile 1970.

Jean Améry, scrittore austriaco di origine ebraica. Nel 1943 viene arrestato e torturato a Breendonk da SS e Gestapo, per poi essere deportato ad Auschwitz. Sopravvissuto, si suicida a Salisburgo, ingerendo una forte dose di barbiturici, il 17 ottobre 1978.

Primo Levi, ebreo, partigiano, chimico e poeta, sopravvissuto ad Auschwitz, uno dei massimi testimoni dell’Olocausto, muore a Torino l’11 aprile 1987, precipitando dalle scale della propria abitazione.

Bruno Bettelheim, ebreo austriaco, psicanalista, sopravvissuto ai campi di concentramento di Dachau e Buchenwald, muore suicida il 13 marzo 1990, a causa di una forte depressione.