- La Casa dei Destini

Rivista di Racconti dell’Insolito, dell’Incognito, dell’Inatteso, dell’Inenarrabile.

“Questa è la Casa dei Destini, della quale sono la custode. Essa racchiude tutte le rappresentazioni,
non solo di tutto ciò che accade, ma anche di tutto ciò che è possibile.”
Gottfried Wilhelm von Leibniz

“E’ la storia di questo mondo, che noi ora stiamo visitando. E’ il libro dei suoi destini.”
Gottfried Wilhelm von Leibniz

“Egli porta sempre con sé quello che sarà.”
Gottfried Wilhelm von Leibniz

“Queste cose non furono mai, ma sono sempre.”
Sallustio

“Because nothing was, therefore all things are.”
Edgar Allan Poe

“Se noi avessimo anche una fantastica, come abbiamo una logica, allora l’arte di inventare sarebbe trovata.”
Novalis

“A quale tipo di letteratura apparteniamo, io che vi parlo e voi che mi ascoltate: romanzo realistico o racconto fantastico?”
Jorge Luis Borges

“Tutto ciò che si può immaginare può anche esistere.”
Angela Carter

“Non il mostruoso spaventa ma la sua ovvietà”
Theodor W. Adorno

1. Scoperta del mistero del mondo (Anonimo)

“Una sera d’estate trovai una piccola barca, legata ad un albero di salice, dentro il cavo di una roccia, sua dimora abituale. Subito liberai la catena che la tratteneva ed, entrandovi, mi allontanai dalla spiaggia deserta. Fu un atto di furto e di piacere tormentato, né la mia barca si sarebbe mossa senza che la voce degli echi della montagna non mi avesse chiamato di lontano, e svegliato da un sonno profondo, il sonno forse della vita. Sentivo questi echi in lontananza, ed essi giungevano a me attraverso l’aria limpida, irreale.
La barca si allontanò lungi dalla riva, lasciando dietro di sé la sua tranquillità. Sull’uno e sull’altro lato piccoli cerchi scintillanti pigramente nel riflesso della luna si formavano, finché essi si sciolsero tutti in un’unica scia di luce brillante. Ma ora come uno che rema, orgoglioso della sua capacità, per raggiungere un dato punto con un cammino diritto, io fissai la mia vista sulla sommità di uno scoglio roccioso, ultimo limite dell’orizzonte; lontano, in alto, non vi era null’altro che le stelle e il cielo pulito.
Era una barca magica quella. Vigorosamente io affondai i remi nel lago silenzioso e, mentre mi sollevavo nella vogata, la mia barca venne issata attraverso l’acqua come da una forza tremenda, sconosciuta: quando, dietro alla cresta diruta che fino ad allora aveva chiuso l’orizzonte, un’enorme vetta, nera ed enorme, come animata da un potere di volontà, rizzò la sua testa, stagliandosi nel cielo divenuto grigio di colpo.
Io battei e battei ancora i remi nell’acqua spumeggiante, ed ergendosi ancora in statura, l’orribile forma torreggiò fra me e le stelle ed ancora, per quel che mi sembrò, con misurato movimento, come fosse una cosa vivente, venne verso di me. Io voltai coi remi tremanti la barca, e attraverso l’acqua silenziosa, febbrilmente feci la mia strada di nuovo, fino al ricovero dell’albero di salice.
Lì, nel suo ormeggio, lasciai la barca ed attraverso i campi tornai a casa in uno stato grave e serio; ma dopo che avevo visto quello spettacolo, per molti giorni il mio cervello lavorò con uno scuro ed indeterminato senso di cose sconosciute, di visioni annebbiate, fantastiche. Sui miei pensieri pendeva un’oscurità, chiamatela solitudine o totale abbandono, un’oscurità profonda, infinita. Non rimase in me nessuna forma familiare, nessuna gradevole immagine di alberi, di mare, di cielo, nessun colore di verdi campi, ma enormi e possenti forme, che non vivono come l’uomo vivente, si mossero con lentezza attraverso la mia mente per giorni, e furono il tormento per i miei sogni d’ogni notte.”

2. Il Mistero della Lampada dalla Luce Fioca.

Era una lampada a stelo verticale, nera, con il piatto rivolto in alto, con un cursore a pedale per accenderla e regolarne l’intensità. La tenevo nella prima stanza del mio ufficio, cosicché, entrando dalla porta principale, potessi accenderla con un semplice gesto del piede, anche avendo le mani occupate da borse o da altro. La spina era stata inserita nella femmina (così si diceva una volta) più vicina alla porta, il filo era lungo circa un metro, cosicché si poteva spostare lo stelo un po’ più lontano dalla porta, quasi vicino alla scrivania. Una sera (ero rimasto in ufficio oltre l’orario consueto per sistemare qualcosa fra le mie carte), avevo tenuto accesa soltanto quella lampada, che proiettava in quel momento una forte luce diffusa sul soffitto, cosicché tutta la stanza ne era illuminata quasi a giorno. Ad un tratto il fascio di luce si affievolì progressivamente, lasciando la stanza in una penombra per me insolita, visto che ero abituato ad avere sempre il massimo dell’intensità della luce, da qualsiasi fonte provenisse. Scostai un poco la sedia scorrevole dalla postazione davanti alla scrivania e mi avvicinai alla lampada. Alla fioca luce che emetteva non riuscii dapprima a vederne la sagoma, poi, avvicinatomi, constatai che il cursore sul pavimento non presentava alcuna variazione percepibile ad occhio nudo, che lo stelo si ergeva nella stessa identica posizione di sempre e che il piatto era ancora rivolto verso l’alto, effettuando lo schermo che consentiva alla luce di proiettarsi verso il soffitto. Ma la luce era estremamente fioca, quasi impercettibile. Dovetti alzarmi ed azionare l’interruttore della lampada centrale al soffitto, la cui luce subito inondò violentemente la stanza. Ora potevo distinguere meglio ogni particolare della stanza, le tende, il tavolo, la scrivania, la sedia scorrevole rimasta vicino alla lampada. Accostandomi al cursore sul pavimento potei percepire un leggero ronzio, come quello di un insetto intrappolato sotto un bicchiere o fra le tende, poi, posando lo sguardo sul capo del filo elettrico che si congiungeva con la presa di corrente, e che era rimasto in pochi centimetri scoperto, notai un lieve chiarore intermittente provenire da lì. Pensai che fosse dovuto allo sfrigolio di un filo malamente collegato, ma la luce che proveniva da esso non era giustificabile. Al limite, per il falso contatto, sarebbe dovuto saltare l’impianto, ma mai sprigionare scintille (se scintille erano quei bagliori intermittenti). Avvicinando ancora di più l’occhio a quel punto preciso dal quale provenivano la luce e il ronzio, notai un puntino oblungo alla cui estremità sorgeva la fievole luce e constatai che quanto più questo si illuminava tanto più si affievoliva la luce della lampada. Pensai a un supplemento di energia che forse, per qualche oscura legge fisica, scaturiva da quel filo malfermo, ma ben presto mi dovetti ricredere. Era una lucciola morente che, attaccata a quel filo, cercava di assorbire gli ultimi flussi di energia elettrica che gli consentissero di vivere e brillare ancora qualche minuto. Ma l’energia ricevuta in quel modo artificiale, poco dopo, le risultò fatale. Infatti la sua coda vibrò ancora qualche secondo di una breve scintilla, poi si spense definitivamente. La lucciola era morta. La lampada riprese in quell’istante la sua luce consueta.

3. Le parole che scaldano il cuore

“Nessuno ha voglia di parlare d’amore, se non per qualcuno.”
Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi 1979

L’amore è un fuoco. Una fiamma che nasce da una scintilla e si perpetua finché è alimentata.
L’alimento principale di questa fiamma è costituito dalle parole.
L’amato e l’amante proferiscono delle parole per dichiarare il loro amore. Questo alimenta la fiamma.
(E’ Prometeo a rubare il fuoco ad Efesto per recarlo ai mortali, ma è Efesto, non a caso sposo di Afrodite, la dea dell’amore, a suscitarlo nelle sue fucine).
Le parole sono fatte di pensieri.
Senza pensieri non ci sarebbe l’amore (“ti penso sempre”, vuol dire che tutti i miei pensieri sono rivolti verso di te, sei compreso/a nei miei pensieri).
“L’amore è condizione di possibilità del pensiero stesso.” Manuel Cruz
I pensieri si esprimono con parole e per un amato/amante le parole trasmettono un sentimento, meglio, un trasporto amoroso, quasi indicando un veicolo che viaggi recando qualcosa di prezioso.
(Ermes, il messaggero alato, il dio che reca e che conduce, conduce Euridice fuori dall’Ade verso Orfeo, l’amato/amante, che l’attende. Orfeo si volta a guardarla ed Euridice scompare per sempre. L’amore è morto. Mancanza di parole fra amato/amante? Le uniche parole proferite sono quelle di Ermes “S’è voltato” (suona come “ti ha lasciato”) e di Euridice “Chi?”). “Nessuno sguardo era concesso, soltanto la voce.”, dice Agnese Galotti parlando dell’Ade. Orfeo interpreta male la passione amorosa.
I simboli del fuoco sono la teda, la fiaccola, la lanterna, che illuminano il buio.
(Psiche porta la lanterna sul letto d’amore, di Amore dormiente. L’amore talvolta dorme.)
Il buio e il silenzio sono i nemici degli amanti.
Non si può scrivere al buio e non si può parlare in silenzio.
Le parole hanno bisogno di luce e di voce. (“Illuminami tu”, cioè fammi capire attraverso le parole, spiegami, aprimi la mente).
Nei momenti di lontananza gli amanti scrivono lettere che si dicono, appunto, d’amore, ma non come semplice strumento di comunicazione, bensì come unico alimento per tener desto il fuoco, che altrimenti si consumerebbe.
Sono una sorta di diario segreto che però viene fatto leggere all’altro, uno scrigno di sentimenti la cui chiave è di entrambi.
E’ necessario pensare e scrivere le lettere d’amore.
In altri momenti si scrive senza pensare e si pensa senza scrivere (come si parla, molto spesso, senza pensare e si pensa, molto meno, senza parlare).
Le parole d’amore non si scrivono di getto, vanno pensate, gli stessi pensieri d’amore vanno pensati bene prima che si tramutino in parole.
“Per scrivere, bisogna aver scritto.” Maurice Blanchot
La persona che amo mi fa notare che le parole sono armi che vanno maneggiate con cura. Talvolta possono essere come un coltello arroventato (ancora armi/fuoco, parole/amore) che entra nella carne, sensazione che si prova quando si riceve, oppure si dice (anche chi dice prova lo stesso dolore, se ama veramente) una parola che fa soffrire.
(Psiche reca la lampada per riconoscere Eros, ma nasconde un coltello, mentre le armi del dio giacciono a terra. Psiche, toccando una freccia, si punge: “così Psiche, senza volerlo, incappò nell’amore di Amore.” (l’amore ha bisogno di Amore), “Allora, vieppiù infiammata del desiderio..” (ancora fuoco/amore), “schizzò fuori dal lucignolo una stilla d’olio ardente…” (ancora luce/buio)). Amore ardente. Ardere d’amore.
La musica forse può sostituire le parole. Ma la musica cantata è musica con parole.
Nella poesia stessa si può distinguere quella destinata alla dizione.
Qualcuno ha detto “La musica è la madre del cuore”.
L’amato/amante ama le canzoni d’amore (“Amo questa canzone” perché mi ricorda…, anche l’amato/amante mi ricorda ancora, l’amore non finisce e, se finisce, ritorna, come un fuoco sotto la cenere, perché l’amore è un fuoco perenne…).
La poesia è fatta di parole ma difficilmente le parole sono poesia. Chi scrive una poesia d’amore si espone ad un rischio enorme, quello di non essere compreso dall’amante, o di essere deriso per lo stile troppo pomposo o troppo sintetico, in poche parole (ancora parole) di essere frainteso.
Nelle poesie le parole sono dosate secondo criteri estetici, di suono, appunto come la musica, e non sempre questi corrispondono ai sentimenti dell’amato/a, che in genere non scrive poesie.
Se due poeti si incontrano in genere sono dello stesso sesso. Può nascere l’amore, certo, ma uno dei due deve rinunciare alla poesia.
Meglio scrivere lettere per comunicare l’amore, anche se le lettere sono necessariamente legate alla lontananza (“la lontananza sai è come il vento/che fa dimenticare chi non s’ama”, “s’ama” è impersonale, l’autore delle liriche non si è voluto compromettere…”La lontananza esprime secondo me un grande sentimento d’amore, e possiede in sé una grande idea, il vento che spegne tutti i fuochi piccoli e accende quelli grandi. (“…ecco che sente un dolce soffio di Zefiro alzarsi lievemente e agitarle da ogni parte il lembo della veste che, gonfiato come una vela, la sollevava con suo leggero alito e facendola scivolare a poco a poco lungo il pendio dell’erta rupe, la depone con dolcezza nel grembo di un prato fiorito della valle sottostante.”). L’idea non è mia, ma io la afferrai al volo quando la Bonaccorti mi lesse una lettera che le aveva scritto il suo ragazzo: la sviluppai e nacque la canzone.” Intervista di Francesco Trisciani a Domenico Modugno, pubblicata in Raro!’ n° 20 del 1989, pag. 79).)“…la contenutezza emotiva necessaria al canto.” Agnese Galotti
Kafka scrive a Milena Jesenskà dei fantasmi delle lettere. “E’ già tanto tempo che non Le scrivo, signora Milena, e anche oggi Le scrivo soltanto per caso.” “Scrivere lettere però significa denudarsi davanti ai fantasmi che stanno avidamente in agguato. Baci scritti non arrivano a destinazione, ma vengono bevuti dai fantasmi lungo il tragitto.”
“Lyrics”, termine esclusivo inglese che sta per “parole delle canzoni”, rivela il fatto che c’è bisogno di una lira (€=euro ha una forma di lira, appunto) per cantare.
Forse Orfeo è il vero cantore dell’Amore, più di Eros che non canta, anzi dice parole minacciose all’amata. Psiche risponde con parole (quasi) sempre d’amore. Euridice, smarrita, sa dire solo “Chi?”. Orfeo invece racchiude in sé, nel suo canto “contemporaneamente “parola” apollinea, pensiero dunque, e passione sublime, erotismo dionisiaco. Per questo esso riesce ad esprimere l’indicibile, l’estasi misterica, il divino che pure nell’umano già “si dice”. Agnese Galotti.
“Dimmi che mi ami”, dice chi ama. “Scrivimi!”, dice chi è amato, “Le tue parole mi scaldano il cuore”.

4. Lo specchio

1^ parte

“Una poesia, secondo Amleto, tende uno specchio alla natura. Dobbiamo però chiarire ciò che questo implica: la poesia non è essa stessa lo specchio.” Northrop Frye

C’era una volta, in un paese lontano, una giovane donna, dalla pelle di pesca e dagli occhi di cerbiatta, che voleva diventare regina. Ma non solo regina del suo paese, e nemmeno del regno più grande che lo conteneva, ma del mondo intero, di tutto l’universo. Un giorno di primavera, dopo aver sbrigato le faccende di casa, prese il suo cavallo, frustino e stivali, e si avventurò nella vasta pianura, attraversò il grande fiume e dopo giorni e notti di cammino giunse in riva al grande mare azzurro, cosparso di bianche spume. Lì fondò il suo primo regno ed essendo l’unica regina al mondo senza re, nominò reggente il suo fratello minore. Durante il suo regno la vita prosperava, i campi erano fertili e i raccolti abbondanti, il mare pescoso offriva il necessario sostentamento agli abitanti della costa, le navi solcavano lo stretto che divideva i due continenti recando ori e spezie ai paesi vicini, i cui regnanti accoglievano di buon grado le visite dei suoi ambasciatori, in vista forse di un possibile matrimonio con la regina più bella del mondo.
La regina amava gli specchi, pertanto la sua reggia era costellata di specchi di tutte le dimensioni, sui pavimenti di marmo e sui muri istoriati, perfino nelle segrete dove custodiva i suoi tesori, diamanti e smeraldi, perle e rubini provenienti dalle più lontane contrade del mondo.
La regina usava prendere il bagno in una grande conchiglia dalle venature di madreperla che conservava ancora, a chi avesse voluto ascoltare, il rumore del mare. Sempre, prima di immergersi nell’acqua cristallina, cosparsa di petali di fiori profumati, la regina soleva sporgersi un poco oltre il bordo della vasca per ammirare, riflessi, il suo giovane viso, le sue spalle armoniose, il suo seno in boccio. Una volta bagnatasi e chiamate le sue ancelle per la vestizione, amava ritrovare il suo corpo, ornato solo da un leggero drappeggio di seta bianca, dentro il grande specchio, dalla cornice dorata, che spiccava sulla parete della stanza da bagno, uso a contenere ben più del suo esile corpo. Un giorno, accanto alla sua figura riflessa, le apparve un volto maschile che dietro le sue spalle si ergeva per tutta la sua grandezza, fino ad occupare l’intero specchio. Temendo di aver avuto una visione la regina si stropicciò un poco gli occhi ma, riaprendoli, rivide quel volto riflesso, quasi sorgesse dall’interno dello specchio stesso. Infatti, voltandosi, non vide alcuno alle sue spalle e poi quel volto era senza corpo, quasi inanimato, e la fissava come dalla profondità di un abisso. La visione durò ancora lo spazio di un secondo, poi svanì.
La regina, a quell’epoca ancora illibata, rimase scossa per giorni da quell’immagine, riflessa o no che fosse, nello specchio. Vagava per la reggia interrogandosi sulla provenienza di essa, chiamando sacerdoti e chiromanti a soccorso, che cacciava poi imperiosamente una volta avuti solo vaghi responsi alle sue pressanti interrogazioni. Mandò messaggeri presso i territori vicini sperando potessero, in base alla semplice descrizione orale che aveva loro, in tutta fretta, fornito, rintracciarne il proprietario. Ma i cavalieri tornarono, stremati i cavalli e assetate le bocche, senza alcun risultato. Allora la regina prese a scavare nella sua memoria, tentando così di trovare, nei suoi più profondi recessi, un qualche frammento di esperienze passate che la facessero risalire a quel volto. Ripassò così con la mente tutta la sua vita passata, ricordò la sua prima adolescenza, i suoi anni passati sui libri a studiare e a fantasticare, i suoi bagni nel grande lago, le sue lunghe passeggiate in riva al grande fiume, i suoi primi vestiti, i suoi primi diademi che già allora quasi la incoronavano regina. D’un tratto le sovvenne, tra le tante immagini che andava selezionando, quella di un volto maschile, dai lunghi capelli e dai folti baffi, che le ricordò quello di qualcuno che aveva amato in gioventù, un principe forse, un aviatore, un soldato. La sua vigile mente così assaporò per qualche instante quella presenza, quasi fosse tornata, dopo una serie innumerevole di anni, al suo cospetto, viva e calda com’era allora, quella persona amata. Ma era solo un vago ricordo, che però la spinse, nella sua costante determinazione a non lasciare mai nulla di intentato, a continuare a cercare, ad investigare di più sul suo passato, a voler rendere concreta quella che per lei finora era stata una semplice, affascinante visione. Ritornò quindi allo specchio che aveva lasciato giorni addietro, vi si mise davanti e, sciolti i capelli ed aperto il corpetto regale fino a mostrare l’inizio del seno, attese che quel volto si mostrasse ancora una volta.

Lo specchio
(2^ Parte)

“Lo sfortunato aforisma proposto sull’Arte come specchio della natura è volutamente espresso da Amleto per convincere gli ascoltatori della sua assoluta pazzia in materia d’arte.” Oscar Wilde

“Lo specchio si gloria forte tenendo dentro a sé specchiata la regina e, partita quella, lo specchio riman vile.” Leonardo da Vinci

Lo specchio era in penombra, essendo le ante della finestra del bagno accostate per non far passare i caldi raggi del sole che, specie in quella stagione, battevano implacabili sulle mura del castello. La regina ora fissava intensamente il fulcro centrale dello specchio quasi volesse evocare l’immagine con il semplice sguardo o con qualche oscuro potere mentale che a volte lei stessa si attribuiva, ma lo specchio era inerte ed anche la sua figura riflessa appariva come sfuocata e tremolante alla fioca luce che filtrava dall’esterno. D’un tratto un raggio di sole più intenso, quasi fosse portato da una forza ignota, si posò proprio nel bel mezzo dello specchio, che si riempì all’improvviso di una luce biancastra, accecante, facendo piombare la sua figura su di uno sfondo lattiginoso, tanto opaco da renderla indistinta ai suoi stessi occhi. Ora lo specchio era un’uniforme superficie bianca, pari a quella di una tela, e la sua immagine era stata come risucchiata all’interno di essa ed era scomparsa. La regina si ritrasse pensosa da quella che appariva adesso come una grande vasca verticale piena di un liquido bianco/grigiastro, immobile, impenetrabile, ma, nello scostarsi, volle allungare un braccio per toccarne e saggiarne la superficie, avendo il sospetto che tutto quello che le era di fronte fosse solo un’illusione ottica dovuta al brusco illuminarsi dello specchio a causa dell’intenso raggio di sole che vi si era pocanzi posato. Al tatto avvertì una materia dura, leggermente ruvida, fredda, quasi di pietra, ed ebbe la sensazione che la sua mano subisse un lieve irrigidimento, come percorsa da un gelo improvviso. Nel contempo, pe quanto provasse a ritrarla, la mano rimaneva attaccata alla superficia bianca, anzi si confondeva con quella, fino a scomparire all’interno. Così il suo intero corpo ben presto fu attratto e risucchiato nel punto dove la mano aveva avuto il primo contatto, quasi si aprisse un varco che progressivamente facesse passare, per una legge fisica ignota, prima il braccio, poi la parte superiore, poi quella inferiore del suo corpo attraverso lo specchio. Attraverso lo specchio. Ma cos’era diventato quel grande specchio che faceva sfoggio di sé sulla parete della stanza da bagno del palazzo reale (reale?)? Cosa aveva attraversato la regina? Era sogno o realtà?
Questi quesiti attraversavano (è il caso di dirlo) la mente della regina allorché si trovava adesso in quell’altra, inattesa, dimensione. Per di più, un lembo della sua veste regale era rimasto impigliato nel varco apertosi come per incanto nella bianca parete uniforme dello specchio e, per quanto ella si sforzasse di tirarlo a sé, esso rimaneva incastrato nella fessura che velocemente si era andata chiudendo. Fu una strana situazione, perché la regina dovette spogliarsi dell’intero abito e lasciarlo giacere a terra, accanto alla parete posteriore dello specchio, o di quello che quel pertugio avesse fatto sembrare. In realtà (?) adesso il suo corpo si trovava in un ambiente scuro, illuminato soltanto da una lanterna ad olio posta sul davanzale di quello che appariva un sarcofago posto a ridosso della parete centrale di una cripta angusta, fredda, che conteneva soltanto quel baldacchino istoriato, di marmo bianco, accanto al quale erano posati alcuni rami di acanto e di alloro, simboli forse lasciati a ricordare la salma di un poeta o di uno scrivano che ora giaceva in quel luogo.
Nota: La narrazione segue la figura del personaggio come in una nebbia lattiginosa, per cui procede a tentoni, quasi dipanasse un filo che di volta in volta si appalesa per un breve tratto, come tirato fuori da un pozzo senza fondo, filo infinito il cui capo finisce sulla pagina, la riempie, ma il narratore non sa di che cosa sia fatto né quale forza lo spinga a dipanarlo.

Lo specchio
(3^ Parte)

“And thou, O fairest Princesse vnder sky,
In this faire mirrhour maist behold thy face,
And thine owne realmes in lond of Faery,
And in this antique Image thy great auncestry.”
Edmund Spencer – The Faerie Queene

“Objects in mirror are closer than they appear.”
(U.S. rear view mirror safety warning)

La regina, a piedi nudi e vestita solo di una leggera tunica che le era rimasta da sotto il vestito regale che ora giaceva sul pavimento della cripta, volse lo sguardo intorno e costatò con raccapriccio che il luogo dove si trovava non aveva porte o finestre. Solo sul soffitto si poteva notare un rialzo quadrato ai cui lati erano fissate quattro vetrate colorate raffiguranti scene di santi e demoni, dalle quali filtrava un leggero chiarore ed, essendo una di queste socchiusa, anche qualche refolo d’aria dall’esterno. Questo un poco la rassicurò e la tenue luce che ancora persisteva nella cripta la fece avvicinare all’alto baldacchino di marmo che si ergeva sulla parete di fondo. Scostando con la mano le foglie delle piante che lo ricoprivano potè leggere l’iscrizione scolpita sul frontale del sarcofago. Erano alcuni versi, probabilmente opera della persona che ora giaceva nella bara all’interno del sacello e a lui (o lei) dedicati quale ultima ed estrema citazione a ricordo delle sue gesta in vita.

“In morte tutto tace, io vi ricordo.
E se il pensiero di un incastro libero,
che è la parola nella nostra vita,
rimane anche dopo la fine, allora
la malattia è stata salutare,
essa ricorderà salute agli altri
senza che noi possiamo ricordare.
Ciò che nel nostro corpo
si spegne e si consuma
sarà un ultimo lascito
al comune mortale.
Se nel punto di morte
esce solo parola
di nostra vita, allora
tutto risorgerà in incastro libero,
parola albero muto
che cresce dentro noi.
E se il corpo da un cane sarà pianto
dentro questo sepolcro naturale,
leggera malattia e forte e dura
ciste nel fianco
sarà dovere umano ricordare.”

L’arcana iscrizione, agli occhi della regina, sembrava frutto di una traduzione da un’altra lingua in un italiano forbito, classico, quasi fosse un poema tramandato di generazione in generazione attraverso i secoli, probabilmente risalente alla tradizione letteraria secentesca, spagnola o inglese, e, visto che la regina proveniva da un paese estraneo a quelle culture, forse depositario della prima lingua parlata nella parte occidentale del globo, era arduo e, nello stesso tempo fin troppo facile, comprenderne il significato recondito. Il testo parlava della parola come “incastro libero” e ciò non dovette sembrarle, a prima vista, un concetto condivisibile, essendo la regina portatrice di una cultura razionale, esatta, nella quale la parola (e la frase) assumeva un significato univoco, privo di nebulose tergiversazioni. Il poeta, pensava, doveva avere uno spirito irrazionale, propenso alla fantasia prima che alla ricerca di un ragionamento, in qualunque direzione esso si sviluppasse. Ma, attratta com’era dalla insolita circostanza in cui si trovava, seminuda in una fredda cripta, e dalla strana iscrizione che le si appalesava alla luce stenta che ancora proveniva dal soffitto, volle fare un ulteriore sforzo per analizzare più in profondità quei versi. Intuitivamente le sembravano un appello in punto di morte, un monito ai posteri di ricordare il poeta, morto probabilmente di morte volontaria, di rispettarne il sepolcro. Ma, alla luce di un’ulteriore analisi, ella vi intravide la profonda volontà del poeta di lasciare, attraverso la parola, un segno tangibile della sua vita passata. Comunque, quei pochi elementi di giudizio che credeva di avere appena acquisito non erano ancora sufficienti a far luce su ciò che quei versi volevano dirle, (sì, proprio a lei: il primo verso e l’ultimo, infatti, sembravano proprio essere rivolti a una persona concreta, conosciuta e forse amata, nella quale lei ora si identificava).
Ella non sapeva, di fatto, chi fosse la persona che ora giaceva nel sarcofago, a quale età storica (se mai ve ne fosse una certa) essa appartenesse, quale nesso essa avesse con la sua presenza lì, ora, in quel luogo, e, soprattutto, quale riferimento potesse avere con quel volto che le era apparso nello specchio e che lei ardentemente cercava di identificare. Tantopiù che, avendo attraversato lo specchio, ella si trovava in un luogo sconosciuto, privo di contatto con la sua reggia, con le sue stanze, specie con la stanza da bagno e lo specchio dal quale era scaturito quell’oscuro passaggio ad un’altra dimensione. Nella sua mente, però, pur poco propensa, come si diceva, ad accettare situazioni poco chiare e tangibili (ella stessa si riteneva un essere nato per dominare e non per essere dominata, sia pure da forze che in qualche modo la tentavano), si faceva ora strada una qualche aspettativa, un desiderio inspiegabile, una pulsione interna che la spingeva ad avvicinarsi ancora di più alla struttura marmorea, a volerne esplorare il contenuto, attratta, ancora, dal ricordo di quel volto, e dalla certezza che ella stesse, adesso, varcando la soglia oltre la quale si sarebbero finalmente concretizzati tutti i suoi sforzi di una vita per dare un’identità ad quel volto prima scoperto, amato e poi perduto. Nell’avvicinarsi al sarcofago , però, in un primo tempo tentò di aggirarlo, essendo esso scostato dal muro di quasi un metro, per vedere, forse istintivamente intuendola, se qualche ulteriore presenza vi fosse nella cripta. Vide così, accasciato sul pavimento, il corpo di quello che sembrava essere un cane, di grosse proporzioni, dal manto maculato, in evidente stato di letargo o di sonno profondo o di morte apparente. Incuriosita, provò a tastare con la mano quel corpo ma quello non si mosse, provò allora a scuoterlo dolcemente e sentì che emetteva un tenue respiro, una sorta di flebile rantolo, cosa che la rassicurò sullo stato di essere vivente dell’animale, o di quello che appariva a prima vista.


Lo specchio (4^ parte)

“Potrebbe esserci cosa più asociale della bellezza, che se ne sta davanti allo specchio?” Karl Kraus

“Egli porta sempre con sé quello che sarà.” Gottfried Wilhelm von Leibniz

Distolto per un attimo lo sguardo dalla bestia dormiente la regina si volse verso il sarcofago e potè constatare che il pesante coperchio che lo ricopriva era scostato di più di un palmo, tanto che una mano esperta poteva introdurvicisi per esplorarne l’interno, visto che l’occhio non ne aveva la facoltà, essendo i bordi del baldacchino più alti della statura media di un essere umano. Ma ella non volle avventurarsi in quell’impresa che le sembrava, oltre che pericolosa, inutile. Preferì guardarsi intorno per vedere di trovare qualche mezzo che le permettesse di superare in altezza i fianchi del sarcofago per potervi infilare, oltre che la mano, lo sguardo. Ma non vi erano intorno scale o sgabelli cui potervi salire, la cripta era priva di qualsiasi mobilia. L’unica forma che poteva utilizzare la regina era dunque il cane che le giaceva ai piedi. Ricordandosi di aver posseduto ed amato in gioventù un grosso cane di nome Koloska, le sembrò opportuno destarlo e incitarlo ad ergersi con il suo grosso corpo su di un lato del baldacchino onde potesse essa salirgli, non senza sforzo, in groppa e poter così sistemarsi, almeno seduta, sulla sommità del sarcofago. Ma quale fu la sua meraviglia nel constatare che il cane era sparito dal pavimento e si trovava ora, avendo effettuato nel frattempo un balzo che lei non aveva notato, in cima alla struttura marmorea, accovacciato proprio sul suo coperchio, quasi a guardia del suo contenuto. Inoltre il cane aveva assunto un’aria minacciosa e ringhiava, mostrando i denti canini aguzzi e sporgenti, come quelli di un lupo. Ed anche il suo muso si era allungato, il suo manto, da maculato che era, si era trasformato in un’ ispida e grigia coltre, e persino gli occhi, da bruni che erano, avevano assunto un colore rossastro e luccicavano come enormi lanterne, tanto da far sembrare l’animale una terrificante creatura infernale.

Ma un’altra trasformazione aveva subito, nel frattempo, senza che la regina l’avesse avvertita, la cripta. La parete dalla quale il suo corpo si era introdotto nel nuovo ambiente attraverso lo specchio adesso assumeva una nuova fisionomia. Il manto regale ancora giaceva ai piedi di essa, ma veniva ora riflesso da un nuovo specchio, apparso come per incanto, delle stesse dimensioni di quello che aveva consentito il precedente passaggio. Sulla sommità di esso però appariva un elemento nuovo, un’iscrizione. Essa era istoriata come negli antichi arazzi e rappresentava, oltre al testo poetico in essa composto, dallo strano titolo “La Lupa di Mòricvàr”, una serie di immagini risalenti, la regina pensava, a qualche episodio della sua vita passata, quasi un cantastorie avesse voluto descrivere quelli attraverso figure e versi da presentare ad un probabile pubblico astante. Ogni capoverso della canzone (perché di questo doveva trattarsi, una canzone popolare, appunto, probabilmente composta in un paese transilvano che la regina conosceva bene, essendo i suoi antenati originari di quei luoghi) era perciò sormontato da un’immagine raffigurante ora un lupo, poi dei cuccoli di lupo, un’osteria, un nome, Barbara, con un segno di uguale nel mezzo, un avello, un prete, un sole nascente tra i monti. Ecco il testo che la regina aveva ora l’ennesimo compito di decifrare:

La Lupa di Mòricvàr
aspetta che venga l’alba
aspetta che venga l’alba
per andarsene in un bar.

Ed arrivata al bar
chiede una coca-cola
chiede una coca-cola
e la beve tutta d’un fia’.

E quando deve pagar
dice all’oste che non ha quattrini
dice che a casa ha due bambini
e gli deve dare da mangiar.
V
Ma l’oste dice, aspetti un po’
non è il caso di agitarsi
ci son le maniche da rimboccarsi
e i bicchieri da lavar.

Così la Lupa di Mòricvàr
ora sta dietro a un bancone
a servire coca-cole
e ai bambini può dar da mangiar.

E quando arriva mezzanotte
dice all’oste che deve scappare
perché deve dare da mangiare
ai bambini che stanno lì a aspettar.

E i bambini che stanno lì a aspettar
facevano tanti abbaini
perché erano due canini
che lupini voglion diventar.

Quando la Lupa esce dal bar
l’oste sente degli ululati
e dei gemiti soffocati
ed esce fuori per guardar.

Ma non ha il tempo di guardar
che la Lupa gli salta addosso
e se lo pappa tutto fino all’osso
e si pappa pure tutto il bar.

Ed arrivata a ca’
si mangia pure i due bambini
che non erano che due canini
e così muore d’indigestion.

E appena morta d’indigestion
la portano al cimitero
dove un prete tutto nero
le rifiuta l’estrema unzion.

Le rifiuta l’estrema unzione
perché era un essere cattivo
perché era Dracula il Vampiro
che il proprio nome si anagrammò.

Ed i lupini che si mangiò
erano solo i suoi canini
e così senza canini
più mordere non può.

La Lupa di Mòricvàr
aspetta che venga l’alba
perché aspetta che venga l’alba
lo potete ora immaginar.

Ora la regina aveva davanti un duplice compito, cercare di ammansire il cane, o quello che era diventato, e tentare di penetrare nel mistero di quella canzone, come poco prima aveva cercato, senza riuscirvi, di leggere qualche nascosto significato nell’iscrizione che perdurava sulla parete del sarcofago. Arduo compito, visto che la regina si aspettava qualcosa che potesse rendere comprensibile, e soprattutto utile ai suoi fini di ricerca dell’amato volto, quel suo nuovo stato, non certo consono a una regina che aveva come fine prossimo il bene dei suoi simili e come fine remoto la salvezza dell’intera umanità.

Lo specchio
(5^ parte)

“Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.”
Salvatore Quasimodo
2 “Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.
3 Là ci chiedevano parole di canto
coloro che ci avevano deportato,
canzoni di gioia, i nostri oppressori…”
Salmi 136

La regina così un poco distolse lo sguardo dalla iscrizione istoriata che le si presentava sulla sommità dello specchio. Si sentiva in animo, a quel punto, di dedicarsi alla ricerca di qualcosa di più concreto, una torcia, una lanterna, che le facessero esplorare con maggiore sicurezza l’interno della cripta che ora era caduta nella quasi completa oscurità, visto che il lieve barlume che fino ad allora era filtrato stentatamente dalle vetrate era pressoché estinto a causa della sera che si stava approssimando, così ella percepiva, all’esterno di quell’angusto luogo. Ma la cripta possedeva una luce interna, e quella scaturiva dalle fauci e dagli occhi dell’orribile creatura che si stagliava sulla sommità del sarcofago, ancora minacciosa, ancora inesausta. La regina, che possedeva al contrario un carattere mansueto, volle tentare di ammansire la belva. Così, avvicinatasi ad essa, cominciò col pronunciare parole affettuose, quasi si trattasse di un congiunto o di un innamorato. La bestia parve percepire la dolcezza che scaturiva da quelle parole, tanto che il suo pelo ispido sembrò distendersi, la sua bocca di brace chiudersi fino a nascondere l’orribile dentatura e le fauci e gli occhi riprendere il colore consueto del cane. Ma l’effetto che ne seguì fu che la cripta piombò nella più completa oscurità, anche perché la lanterna che fino a poco prima aveva brillato, se pur fiocamente, da qualche tempo era spenta. La regina, a quel punto non aveva altra scelta che coricarsi sul lato del pavimento meno freddo della cripta e tentare di assopirsi. Anche il cane, pur rimanendo ancora a guardia della sommità del sarcofago, si era disteso sulla lastra di marmo, aveva chiuso gli occhi ed era piombato in uno stato di torpore tanto profondo da far presagire alla regina che la notte sarebbe stata dolce e tranquilla. Ma quale fu il suo sgomento nell’udire, dopo qualche minuto, un acuto e fastidioso ronfare proveniente dalla sommità della cripta! Il cane, acquietato evidentemente dopo tanto ringhiare e sputare fuoco, sprigionava ora dalle fauci semiaperte un’assordante rumore, fatto di sibili, gorgoglii, borborigmi di una tale intensità che la regina non riuscì più a prendere sonno. Come tentare di sfuggire a quella che presagiva essere una notte inquieta ed insonne? L’unica cosa possibile da fare era tentare di riattraversare lo specchio che adesso era rivolto dalla parte della cripta. Ma prima di risolversi ad abbandonare il luogo misterioso, soprattutto ora che era in procinto di scoprire cosa nascondesse il sarcofago semiaperto, volle fare un ultimo tentativo, quello di svegliare delicatamente l’animale ed indurlo così a cessare quel fastidioso ronfare. Nel frattempo (la regina non si era accorta del passare delle ore) dalla vetrata sulla sommità della cripta spuntavano le prime luci dell’alba che cominciavano ad indorare le pareti dell’angusto sacrario e a sfiorare, con debili raggi azzurrognoli, il corpo del cane disteso e tuttora dormiente. Come per incanto l’animale, forse avvertendo un leggero refolo che proveniva dalla finestra socchiusa, si scosse, aprì le fauci in un lungo sbadiglio, si erse sulle gambe, saltò giù dalla sommità del sarcofago e si avvicinò, scodinzolando e guaendo, alla regina che, superata la nottata insonne, non ebbe altro da fare che accarezzare la bestia che le era ora accanto, diventata di colpo mansueta ed affettuosa. In più il cane ora emanava dalla bocca un tiepido alito che la regina ben presto avvertì e poté cosi lievemente, a quel calore, scaldare le membra ancora intirizzite dalla fredda notte.
Una volta ammansita la bestia, la regina si risolse finalmente a scalare il sarcofago. Il cane ora si ergeva sulle zampe e scodinzolava, quasi volesse indurre la regina a salirgli in groppa per farla essere poi in grado di afferrarsi con le mani ai bordi del monumento marmoreo. Non fu impresa facile, anche perché la regina, debilitata dalla notte insonne, non aveva molta forza nelle braccia, tantoché più volte le sue dita scivolavano sulla superficie del marmo, resa anche viscida dall’umidità che si era diffusa, ormai stabilmente, nella cripta. Il cane, allora, come preso da un impeto improvviso, fece un balzo verso l’alto, cercando in qualche modo di tenere in equilibrio la regina, fino a raggiungere quella che sembrava più una cima impervia di montagna che una parete di pietra alta sì e no due metri. La regina si trovò così seduta sul coperchio semiaperto del sarcofago, con le gambe penzoloni sul vuoto dell’interno. Da sotto si sprigionava un effluvio il cui odore ricordava quello dei fiori morti che, confondendosi con quello della ghirlanda appoggiata alla parete posteriore, causava a chi respirava una sorta di stordimento simile a quello che si può avvertire dopo una lunga apnea. Così la regina, che appena respirava a causa dell’aria malsana e della stanchezza, stentava a tenersi in equilibrio sulla fredda lastra di marmo e rischiò più volte di precipitare nella profondità della tomba. Ma quale fu la sua meraviglia, nell’attimo in cui il suo sguardo vacillante cadde all’interno della spelonca, di vedere spuntare la parte superiore di un’arpa, quasi certamente di fattura celtica, il cui intero corpo rimase sospeso a mezz’aria, quasi fosse spinto dal basso da una forza sconosciuta. E l’arpa prese a suonare, semplicemente mossa dal vento o da un alito che perveniva dall’interno della tomba, dato che i suoi occhi non riuscirono a vedere alcuna mano che potesse in qualche modo muoverne le corde.

(continua)

5. Stretta al cuore

“E sto abbracciato a te senza chiederti nulla, per timore che non sia vero che tu vivi e mi ami.” Pedro Salinas

“Voglio tenerti stretta al cuore.”, queste sono le parole che proferisco alla persona che amo, nei pochi attimi di intimità che ci legano, lontani come siamo, da qualche tempo. Il suo viso poggia realmente sul mio cuore, il suo orecchio può sentirne il battito, io sento il flusso del sangue battermi nelle orecchie, segno di eccitazione forse, o di cattiva circolazione anche. Eseguo ciò che mi ero prefisso, e avevo lei dichiarato con parole, l’atto cioè di stringerla forte al mio cuore. La sua guancia riscalda un poco la mia pelle, sento il suo respiro, prima un poco affannoso, poi regolare, scandire il mio, più irregolare e dedito a trasformarsi in ronfare. Assecondo il suo silenzioso dormiveglia con baci sulle sue palpebre chiuse, sulle gote: “Starà dormendo?” mi chiedo. “Sto per addormentarmi?” sospetto.

In entrambi i casi la tengo ancora stretta al mio cuore, vorrei sussurrarle tenere parole in una lingua che non conosco e che quindi devo tradurre dall’italiano che mi verrebbe più naturale. Devo fare un po’ di sforzo mentale, non sono abituato ad esprimere sentimenti, specie a una donna, vorrei che le parole fluissero in maniera più scorrevole, inciampo su un’espressione che mi viene male in inglese, semplifico per non essere frainteso, dico finalmente qualcosa, qualcosa che lei può intendere e a cui può rispondere: “I love you”, con “I love you too”.

“Ho una stretta al cuore quando non ti vedo.”. Stessa espressione, ma con un significato profondamente diverso. Si ha una stretta al cuore quando si avverte qualcosa di negativo, quando si teme qualcosa di irreparabile, forse anche un avvertimento al nostro fisico riguardo qualcosa che sta avvenendo, un principio di infarto, ma non è così, l’infarto si manifesta con un forte dolore al petto ed un formicolio al braccio sinistro, la stretta al cuore è qualcosa di più mentale, una sensazione più che un preavvertimento, un’angoscia che ti stringe anche lo stomaco, le budella, devi respirare forte, devi capire da dove viene ma la senti questa stretta e non è piacevole, non è curabile soprattutto. La avverti nella solitudine, quando sei con l’amata (o anche quando non ci sei, ma sai che lei c’è) essa si trasforma in: “Vorrei tenerti stretta al cuore.” E’ lei la “stretta al cuore” e tutto passa.

6. Vedi la voce, Amore

“Si deve imparare anche l’amore.” Friedrich Nietzsche

“Pari agli dei mi sembra quell’uomo che siede di fronte a te e da vicino ascolta la tua voce dolce.” Saffo

“La frase non è la stessa con la voce e con la scrittura.” Roland Barthes

“Io parlo e tu mi comprendi, dunque siamo.” Francis Ponge

Nella conversazione amorosa, quello che ascolto e che dico sono sì parole, parole che servono per veicolare la chiarezza di un messaggio (in amore bisogna sempre chiarire e chiarirsi, addirittura essere “più” chiari (“sii più chiaro/a”, “cosa intendi dire con questo?”)), ma sono anche suoni emessi dalla mia voce, dalla mia lingua (qual è la lingua che parlano gli innamorati? Una sorta di esperanto in cui confluiscono elementi fonetici diversi dal linguaggio comune, specie se si parla una lingua straniera, una babele di significati che vanno ricondotti a una sorta di linguaggio primario, archetipico, infantile, quasi si parlasse per la prima volta), addirittura dal mio intero corpo. Io non dico, scrivo e stampo con la voce, attraverso con la voce il corpo dell’altro/a in una sorta di incisione, di stampa di cui sono io la matrice. O meglio, incido sul marmo, scolpisco le frasi che la voce (la Voce, , Il Verbo) mi detta.

Le parole dell’amore devono per forza essere eterne perché sono fatte per rispecchiare un sentimento durevole. (“Io scrivo le mie proposte in un linguaggio durevole perché temo che passi molto tempo prima che le si attui.” Bertolt Brecht).

Si vede attraverso la filigrana della voce che si sta parlando d’amore, con amore.

Talvolta la mia voce è aspra, come il succo di limone, sulle tue labbra, ti trasmetto il mio umore con la bocca attraverso la voce, è come se facessimo l’amore veramente e ci scambiassimo i nostri fluidi, “come sono dolci le tue labbra” (le labbra sono un prolungamento di quelle inferiori, il labbro è solo singolare, non esistono i labbri… la bocca è solo un’appendice di quelle).

Talvolta la mia lingua è muta, l’altro/a non mi ha più con sé per interminabili minuti (in realtà sono solo pochi secondi) e si sente perso/a, il suono della mia voce non l’attraversa più, non rimbomba (“you, big mouth”).

Quello cui l’amato/amante deve fare particolare attenzione sono le argomentazioni, cioè non tanto avere un argomento di cui parlare quanto sapere come esprimere con lingua/voce ciò che si ha in mente di dire. Come in un’interrogazione durante un esame si deve dichiarare prima se ci si “sente preparati”, se si conosce l’argomento, in poche parole, se “si è studiato”.

Non si può inventare durante un esame, tantomeno durante un colloquio amoroso. L’argomentazione (ciò che si vuole dire in fin dei conti è semplice: ”ti amo”, szeretlek in ungherese, una lingua molto sintetica e sincretica) deve essere espressa con parole adeguate, con un’inflessione che non faccia trasparire la benché minima incertezza, con una voce chiara e comprensibile, senza tergiversazioni e circonlocuzioni, soprattutto senza sottosensi, sottintesi, allusioni, preterizioni, che l’amato/amante potrebbe non comprendere o far finta di accettare in vista di una ben più alta comunicazione, quella carnale.

“ciò che conta è il proferimento fisico, corporale, labiale, della parola: apri le tue labbra e lascia che quella cosa esca…” Roland Barthes

Da dove ha origine la voce umana? Dalla glottide, dalla lingua, dalle labbra? Dal cuore? (“Ti parlo con il cuore in mano.”). Ma quando si parla fra innamorati la voce, come si dice, “cambia registro”. Cosa significa? Che la voce non ha più quella funzione dichiaratoria, oratoria, utilitaristica, ma viene dal profondo, si uniforma alle emozioni, alle sensazioni che proprio il parlare all’altro da innamorati suscita e al tempo stesso ne è condizionato. La voce diventa tremula, affannosa a tratti, cantilenante, sospirosa, rauca, fino addirittura a venire a mancare, il respiro (lo spiro, lo spirar) sembra fermarsi, manca l’aria, bisogna inspirare (l’ispirazione dei poeti forse deriva proprio da questo bisogno). Non è tanto una mancanza di cose da dire quanto un continuo affastellarsi di parole e di pensieri, che non trova sbocco attraverso la bocca, si ferma sulla lingua (“ce l’ho sulla punta della lingua”, espressione tipica di chi sa cosa dire ma non dice, “per dire bisogna aver detto.”, parafrasando un “detto” di Maurice Blanchot, “più per l’ansia di dire che di ascoltare.”, mio).

L’innamorato è ansioso di dire (“…e poi voglio dirti un’altra cosa.”), magari si inventa qualcosa pur di poter dire, pur di far sentire la propria voce (alle volte le voci si accavallano, in una babele di suoni, tanto che l’amato/a chiede all’amante “ma mi stai ascoltando?”, o, più imperativo, “adesso mi devi ascoltare!”, quando magari è lui/lei che deve ascoltare. Quindi non è importante cosa si dice, anche se i concetti da esprimere da/per l’innamorato/a devono essere per forza chiari (perché devono rispecchiare e rispettare quelli dell’altro/a), quanto come si dice, come si proferisce una frase, come si articola un pensiero attraverso le parole e la voce.

Non si può parlare da soli, anche se talvolta l’innamorato lo fa, in una sorta di prova di recitazione in cui ripassa le cose da dire, ma allora il registro cambia ancora, si fa più sciolto perché non si è in presenza di un ascoltatore che può avvertire dall’inflessione della voce ogni piccola variazione d’umore e può interpretare questa come segnale dell’animo (“ti sento triste…”). Sento dentro di me talmente viva la vibrazione della tua voce che mi sembra di pronunciare le tue stesse parole.

Le parole dell’amore devono per forza essere affermative, confermative. “In amor non v’è certezza”, anzi c’è bisogno di continue conferme. “Lo so che mi ami, ma voglio sentirtelo dire.” significa consapevolezza ma non certezza, bisogna averne conferma attraverso l’udito e la voce (tu dici e io ascolto, ma potrebbe essere anche il contrario, io dico e tu ascolti, desidero ascoltarti perché tu desideri dirmi qualcosa), solo così il desiderio, continuamente latente, può essere soddisfatto. Ma poi sopraggiunge un livello sempre più alto di desiderio, oltre quello sensoriale e carnale, quello del possesso. Per usare una metafora forse eccessiva, come l’interrogato sa sempre qualcosa di più del suo aguzzino, il quale ha bisogno di sentirselo dire, così l’amato/amante ha bisogno di dire e sentirselo dire (“Io ti amo”) nel contempo che ama e che è amato.

“La voce umana ha un potere grande e segreto, che assordati da molti apparecchi rischiamo di dimenticare. Prima del senso c’è il suono, prima delle parole c’è la voce. Quella voce ha potere sulle cose: le chiama all’umanità, le rende umane. Parliamo agli animali, che non conoscono parole, parliamo a una lapide, a una pianta, a uno specchio; a una persona in coma perché ricordi la vita umana, e vi ritorni. E a un neonato perché si fidi e vi entri. La voce echeggia come un canto di balena, in quell’oceano sconfinato e incomprensibile che è una nuova vita, per dire tre sole sconfinate verità: io sono qui, tu sei qui, il mondo è qui. I mesi e gli anni passeranno, quella voce prenderà forma di parole, perline di senso infilate in collane via via più fiorite e complesse: mangia, dormi, ridi, cresci, come stai? Ma sotto quella superficie variopinta, in certe ore del giorno, in certe condizioni di luce, di emozione, di sonno, noi siamo ancora in grado di sentirlo, quel suono senza senso, quella voce senza parole, che non “vuole dire” niente, ma genera umanità.”

“Leggimi forte” di Rita Valentino Merletti e Bruno Tognolini

7. Parole e pensieri

Mi trovavo in un quartiere strano, che non avevo mai visto, affollato da tanti uomini, ognuno con un cappello diverso, e tutti al di sotto dell’altezza media. Avevano l’aria di dover sopportare un peso enorme sulla testa. Salii le scale del palazzo che mi era stato indicato, fino all’imbocco di un corridoio lunghissimo che terminava con una finestra. Ai lati tutte le porte a vetri prendevano luce da quella finestra, dato che l’interno di ogni stanza aveva alte pareti senza il minimo spiraglio. Bussai sotto un numero, ma, dato che non rispondeva nessuno, mi avvicinai di più al numero e vidi che tra ogni cifra c’erano come dei ritagli di giornali, a righe fittissime, anzi questi ritagli circondavano ogni cifra nera e la facevano spiccare. Riuscii a leggere “Sua Eccellenza ha preso parte”, “La sua lettera senza risposta è stata”, e parole come “inderogabile, “prerogative”, “morìa”. Non riuscii a capire di che cosa trattasse il giornale. Quasi all’angolo di un ritaglio, dopo l’ultimo numero, c’era, molto piccola, la fotografia di una donna discinta, dai capelli neri, che reggeva un cartello con su scritto: “Entrate.”. Pareva un invito. Entrai.
Nel richiudermi la porta alle spalle, prima ancora di aver dato uno sguardo alla stanza, fui accolto da una serie di parole incomprensibili. Mi volsi verso la parte della stanza più illuminata e percepii che la voce proveniva da un registratore posto su un alto tavolino. Ora sentivo distintamente un’accozzaglia di parole senza senso. dette molto in fretta e, evidentemente, ognuna da una persona diversa. Cercai di raccapezzarci un senso ma, non riuscendovi, dopo un po’ cercai il bottone per spegnere l’aggeggio. Avvicinando il dito a un tasto, vidi che c’era scritto sopra “Premere”. Senza pensare a che cosa accadesse, spinsi e improvvisamente il nastro prese a girare più svelto, alterando vieppiù le voci, rendendole stridule, e aumentando la confusione. Tirando una levetta a me, feci cessare la corsa. Silenzio. Ebbi l’impressione che la stanza fosse ovattata, perché non giungevano rumori dall’esterno e i suoni di poco prima mi erano apparsi duri, malsonanti, falsi. Guardai intorno. Le pareti erano nude e parevano rivestite di intonaco grigio. Ma, avvicinandomi, vidi che erano tappezzate di fogli di giornale dai minutissimi caratteri e senza titoli più grandi che spiccassero. Una sequela di parole, righe uniformi con uguali minuscoli spazi tra l’una e l’altra, così che prima mi ero ingannato vedendo tutto uniforme. Nella penombra non riuscivo a distinguere nessuna parola, solo sulla parete dove batteva la luce della porta potei leggere un’unica parola che si ripeteva continuamente: “altro”. Si vedeva benissimo che ognuna era stampata diversamente: Una aveva una “t” più in alto, una “a” e una “l” che si accavallavano quasi, un’altra era scritta tutta di sbieco, a parecchie vidi che mancava addirittura una lettera. “Brutto lavoro”, pensai, e mi distolsi dalla lettura. Mi era venuto male agli occhi a forza di fissare quei caratteri, in quella penombra. Notai che non v’era altro nella stanza. Potevo uscire e provare un’altra porta: Ma cos’era successo? La stanza non aveva più porta. Mi voltai verso tutt’e quattro le pareti ma non la vidi. Anche il chiarore era sparito, solo un pulviscolo bianco sul pavimento, come venisse da sottoterra. Ero rimasto chiuso dentro con un registratore ed intorno pareti incomprensibili. Speravo almeno che venisse la luce: Degli scritti riuscivo a vedere solo le ultime righe in basso, a quella luce che pareva filtrare dal pavimento. Il resto era in ombra. Cercai di calmare il mio cuore che batteva furiosamente. “E’ appena cominciato.” pensai “Quando finirà?”. Ricordai che dovevano essere tutt’al più le cinque del pomeriggio. Non pensai a chi dovesse o potesse venire a quell’ora in ufficio, non avevo incontrato nessuno prima, tanto meno adesso. Cominciavo a spazientirmi della mia stessa calma. Bisognava essere più risoluti, ma ogni mio tentativo si smorzava ancor prima di essere pensato, nel prevedere il fallimento che l’avrebbe seguito. “Ormai è fatto.” O “E’ fatto.” senza ormai, oppure meglio “Si compie, si matura.”, ma cosa? Forse ci saranno altri ammonimenti su quelle pareti, come quello, ironico e attraente, della bella seminuda sulla porta? Il registratore avrebbe ripetuto alla rinfusa tutte le parole del vocabolario ed altre ancora ne potrò leggere alla base dei muri. Certe si ripeteranno. Si ripeteranno? O ognuna verrà detta una volta sola per aumentare l’impossibilità di fissarne almeno una. Forse fermando di colpo il nastro otterrei di fissare l’ultima parola, ma non c’era nessun altro tasto che quello di prima. Accelerava la corsa e la parola che stava per dirsi sfumava proprio nel mezzo, così che non si poteva ricordare questa perché era interrotta, né la precedente perché era stata già dimenticata fissando l’attenzione sulla seguente. Nemmeno ne potevo tenere a mente una a casaccio perché le altre vi si accavallavano subito sopra tanto erano uniformi nel loro procedere. Perciò ritenni bene di aspettare affinché me ne sorgesse una alla mente dopo che la memoria avesse fatto il suo corso, ma, venendomene una alla bocca e dicendola ad alta voce, sentivo di averla detta altre volte e che quindi non l’avevo imparata in quel luogo. Ora, in quel silenzio, volevo riordinare almeno le idee. “Parlare da solo, dire quel che mi capita in mente, ma questa l’ho sempre fatto, più o meno evidentemente: E poi le idee non sono uguali alle parole? E’ inutile, quindi, esprimerle. Se avessi un foglio di carta e una matita allora potrei parlare, dire fuori di me, come parlassi ad un altro. Ed avere anche una gomma per cancellare e riscrivere daccapo nuove cose. Qui ho mani e piedi legati, non tanto per la strettezza dell’ambiente, ché anzi posso muovermi, né per l’oscurità, ché anzi è rotta da quel chiarore ai miei piedi, quanto dalla mia stessa figura di uomo. Non posso pensare al di là di me stesso. Tendo ad uscire di qui, penso a come, ma le stesse parole non dette mi trattengono. Non che abbia dubbi o sia rassegnato, soltanto l’essere io qua dentro, mi fa escluso dagli altri, mi fa persino pensare che non debba fuggire, che un luogo chiuso non è detto sia una prigione. Ho fame. Dev’essere passato molto più tempo di quanto creda. Se fossi irrazionale direi “Forse è solo un attimo o un’eternità.”, ma so bene quanto tempo è trascorso almeno fino adesso, ogni ora è passata sul mio corpo, ha lasciato i suoi segni. Pensare alle necessità fisiologiche è la prima prerogativa dello scontento: Forse lo sono io? Ho paura di ammalarmi, di essere vinto dal male, e non mi preoccupa tanto la mancanza di medicine, quanto la natura del male. E’ tutta colpa dell’indefinito che mi circonda. Mi fa sembrare tutto senza senso e nome, forse sto perdendo l’abitudine alle parole. Dico “Stanza”, “Tavolo”, “Registratore”, “Pareti”. Dopo averle ripetute chissà quanto ho paura che accadrà come con quelle contenute nel nastro, ne perderò il significato, non mi ricorderò più niente. E’ bello avere un cervello, poter pensare e immaginare tutto. In libertà non me n’ero mai accorto. Ma l’azione? Chi parla o ascolta è sempre muto, come me adesso, se non s’impone con la sua figura. Una voce che parla o canta è poco senza un corpo che la contenga e la convalidi. Ho paura di inaridirmi e forse, proprio pensando così insistentemente a cosa sarò, dimentico quello che sono. Finirà che verrò aggredito dal pensiero. Allora? La porta è scomparsa, senza sapere dove. Doveva essere in questa parete o in quest’altra, dovevo pensarci prima. Ho paura di essermi sbagliato, di non essere mai entrato. Ma questo è irrazionale, fatalistico. Io sono entrato quando d’un tratto la scena è cambiata. Non che la porta con la scritta (quanto mi sembra strana, ora!) o il registratore mi abbiano fatto presentire ciò, soltanto è strano il modo in cui la stanza ha cambiato aspetto di colpo, o in chissà quanto tempo, comincio a dubitare. Forse così come si è chiusa, la parete, e io non so come, si riaprirà e se uscirò, vedrò l’uguale mondo, o forse anche fuori sarà cambiato? Non voglio pensare a un Giudizio. Il Giudizio giunge inaspettato, anche se preparato, nelle menti di tutti noi. Ciò invece è accaduto all’improvviso, senza motivo. Se fosse stato altrimenti mi sarei quasi già rassegnato. Invece ho proprio paura che sia una cosa, come si dice, senza importanza, un difetto, come ce ne sono tanti a questo mondo, o una dimenticanza. Ma di chi o di che cosa? Qui non c’è nessun essere superiore che regoli le funzioni – anche queste sono funzioni – dell’ufficio, è inutile credere che spingendo un bottone Egli o chicchessia mi abbia fatto sparire dalla faccia della terra. Credo invece che troverò dei compagni in questa stanza, uniti nella mia stessa sorte, che mi faranno comprendere che tutto ciò è del tutto normale. E se non fosse normale sarebbe soltanto un lieve cambiamento, come un foruncolo sulla pelle. “Amici, come state? Potete vivere?”. “Benissimo, grazie.”, e sarebbe tutto sistemato. Ma non è così. Qui è una cosa diversa di cui comincio ad avere paura. Non paura del silenzio, perché in fondo non mi pare assoluto, io cammino e batto i pugni sul muro, il registratore è pur sempre una piacevole sequela di suoni, né dell’oscurità, perché il chiarore è anzi aumentato, ma più perché vedo che sono io qua dentro e non l’uomo, l’umanità o un animale qualsiasi.”.

8. La visione raccontata

Recentemente ho scoperto di avere, dal punto di vista letterario almeno, alcune cose in comune con Marcel Schwob, lo scrittore francese autore delle famose “Vies imaginaires”. Come lui, quattordicenne, scoprii Edgar Allan Poe, che ha lasciato, credo in entrambi, una profonda influenza sul successivo modo di approcciare la scrittura, tra l’evocazione erudita e la visione raccontata appunto. Come lui, quindicenne, feci le mie prime esperienze letterarie sui banchi di scuola, cominciando a tenere anch’io un quaderno personale che riempivo con appunti, racconti e poesie. Come lui a vent’anni andai, come si dice, sotto le armi, cosa che ci consentì, oltre ad avere la prima indipendenza economica, di scrivere numerose poesie, anche se questo ci distoglieva momentaneamente dagli studi. A diciott’anni scrivemmo entrambi delle lettere, io al mio professore di italiano, lui nientemeno che a Robert Louis Stevenson, nelle quali ci permettevamo di paragonarci io a Pascoli lui allo stesso scrittore, motivando questa nostra presunta affinità con argomenti capziosi. Ma , credo entrambi, affilavamo, nello stesso tempo, le armi per la costruzione di un ego abnorme che ci consentisse di passare per scrittori compiuti e illuminati quando non eravamo che degli adolescenti presuntuosi e dalla fantasia bizzarra. Non a caso avevamo letto entrambi, in giovanissima età, lo strano racconto di Poe “L’angelo del bizzarro”. Ma qui finiscono le analogie che potrebbero esserci tra le nostre due formazioni letterarie. Lui divenne un funzionario e uno scrittore famoso, io, benché abbia scritto in massima parte nei miei primi anni della giovinezza, quando era più facile e più semplice venir pubblicati, stento ora a veder pubblicati i miei scritti. Forse una forma altamente perniciosa di pigrizia mi impedisce di mettere mano a quelle strane elucubrazioni in prosa e in poesia e tradurle (è il caso di dirlo: sono sempre stato tentato di dichiarare che quegli scritti fossero opera di uno scrittore straniero, sconosciuto da noi, e forse questo è in parte vero, se si considera la forma, il cui linguaggio ellittico richiama quello di scrittori quali Kafka, mio nume tutelare, e E. A. Poe, appunto) in un libro compiuto e leggibile.

9. L’Angelo del bizzarro
Stravaganza
di Edgar Allan Poe

Era un freddo pomeriggio di novembre. Avevo appena terminato un insolitamente lauto pasto, di cui l’indigesto truffe costituiva una componente non trascurabile e sedevo solo, in sala da pranzo, con i piedi sul parafuoco e il gomito su un tavolinetto che avevo spinto accanto al camino e sul quale erano disposti dei succedanei del dessert, sotto forma di varie bottiglie di vino, alcolici, e liquori dolci. Avevo trascorso la mattinata leggendo Leonidas di Glover, Epigoniade di Wilkie, Pellegrinaggio di Lamartine, Columbiade di Barlow, Sicilia di Tuckermann, e Curiosità di Griswold; sono pronto quindi ad ammettere che mi sentivo un po’ frastornato. Cercai di riscuotermi, con l’ausilio di vari bicchieri di Lafitte e, visto che era tutto inutile, mi rivolsi, per disperazione, al primo giornale che mi capito sottomano. Dopo avere attentamente scorso la colonna delle “case in affitto”, quella dei “cani smarriti”, e le due colonne di “mogli e apprendisti scomparsi”, affrontai risolutamente l’articolo di fondo e, leggendolo dalla prima parola all’ultima senza comprenderne una sillaba, contemplai la possibilità che fosse scritto in cinese, così lo rilessi, dall’ultima parola alla prima, senza però miglior risultato. Disgustato, stavo per gettar via questo testo di quattro pagine, felice opera che neppure i poeti criticano, quando la mia attenzione fu attratta dal paragrafo seguente:

Le vie della morte sono numerose e strane. Un giornale londinese segnala il decesso di una persona per una causa davvero insolita. Stava giocando a “freccette” con la cerbottana, che consiste nell’avvolgere un lungo ago in un filo di lana, e nel soffiarlo poi contro il bersaglio attraverso un tubo di stagno. La persona in questione aveva inserito l’ago dalla parte sbagliata del tubo e, inspirando a fondo per poi espellere la freccetta con forza, ha risucchiato l’ago in gola. L’ago è penetrato nei polmoni e, in pochi giorni, ha causato la morte del malcapitato.

Leggendo queste righe andai su tutte le furie, senza sapere esattamente perché. “Questa”, esclamai, “è una spregevole frottola - uno scherzo di cattivo gusto - sedimento della fantasia di uno scribacchino da quattro soldi - di un qualche sciagurato intruglione di notizie nel Paese di Cuccagna. Individui che, ben sapendo quanti pazzi creduloni ci siano in giro oggi, si lambiccano il cervello per escogitare le più inverosimili eventualità - gli incidenti bizzarri, come li definiscono; ma, a una mente riflessiva” (come la mia, aggiunsi fra parentesi portandomi inconsciamente il dito al naso), “a un intelletto contemplativo quale io possiedo, appare subito evidente che lo straordinario, recente aumento di questi “incidenti bizzarri” è proprio l’incidente più bizzarro di tutti. Per quanto mi riguarda, d’ora in avanti sono deciso a non credere a nulla che presenti la benché minima “singolarità”.”
“Mein Gott, che stubito sei per tire cose simili!”, rispose la voce più straordinaria che avessi mai sentito. In un primo tempo, la scambiai per un rimbombo nelle orecchie - quello che a volte si sente quando si è ubriachi - ma, ripensandoci, mi resi conto che era un suono più simile a quello che produce un barile vuoto colpito con un bastone; e, in effetti, lo avrei creduto proprio quello se non fosse stato per l’articolazione di sillabe e parole. Di natura non sono affatto nervoso, e i pochi bicchieri di Lafitte che avevo centellinato mi avevano reso alquanto baldanzoso per cui non mi spaventai affatto, limitandomi ad alzare con calma gli occhi, girando lo sguardo nella stanza per scoprire l’intruso. Ma non riuscii a scorgere nessuno.
“Humh!” riprese la voce, mentre continuavo a guardarmi attorno. “Tefi essere spronzo come un borco, dungue, se non mi feti setuto accanto a te.”
A quel punto, guardai dritto davanti al naso ed ecco, proprio lì, seduto al tavolo, di fronte a me, vidi un personaggio indefinito, pur se non del tutto indefinibile. Il corpo era una botte da vino, o un barile da rum, o qualcosa di simile, con un aspetto decisamente falstaffiano. Nell’estremità inferiore erano conficcati due bariletti, che sembravano fungere da gambe. Le braccia erano due bottiglie abbastanza lunghe, che pendevano dalla parte superiore di quella carcassa, con il collo in fuori a mo’ di mani. Tutto ciò che riuscii a vedere come testa di quel mostro somigliava a una borraccia dell’Assia, che a sua volta somiglia a una grossa tabacchiera con un foro nel coperchio. Questa borraccia (sormontata da un imbuto simile a un berretto sulle ventitré, calato sugli occhi) era collocata sul bordo del barile, col foro verso di me; e attraverso quel foro, che appariva raggrinzito come la bocca di una vecchia zitella molto puntigliosa, l’essere emetteva brontolii e rimbombi che, secondo lui, erano ovviamente parole intellegibili.
“Ribeto”, disse, “tefi essere spronzo come un borco, se sei setuto lì e non mi fefi; e tico che tefi essere più cretino di un’oca ber non cretere a quello che è stampato. E la ferità - proprio così - parola per parola.”
“Ma lei chi è?”, dissi molto dignitosamente, anche se un po’ perplesso; “come è arrivato qui? E di che sta parlando?”
“Come sono arrifato qui”, rispose la figura, “non sono affari tuoi; e, in quanto a quello di cui sto parlando, parlo di ciò che ritengo ciusto; e, in quanto a chi sono, è proprio quello che sono fenuto a farti fetere.”
“Lei è un vagabondo ubriaco”, dissi, “e suonerò il campanello per ordinare al mio domestico di buttarla fuori a calci.” “He! he! he!”, rispose quel tipo; “hu! hu! hu! Non lo puoi fare?”. “Non posso?”, esclamai. “Cosa intende dire? - cosa, non posso?” “Suonare il campanello”, replicò tentando un sogghigno con quella specie di boccuccia malevola.
A quel punto cercai di alzarmi per mettere in atto la mia minaccia; ma quel farabutto si sporse deliberatamente attraverso il tavolo e, dandomi una botta in fronte col collo di una delle lunghe bottiglie, mi fece ricadere nella poltrona dalla quale mi ero quasi alzato. Ero completamente sbalordito; e, per un momento, non seppi cosa fare. Nel frattempo, continuò a parlare.
“Feti”, disse, “è meglio che stai setuto trancuillo; e atesso sabrai chi sono. Cuartami! Feti! Sono l’Ancelo tel Pizarro.”
“E’ bizzarro senz’altro”, mi avventurai a rispondere; “ma avevo sempre creduto che gli angeli avessero le ali.”
“Le ali!”, esclamò furibondo. “Che me ne faccio delle ali? Mein Gott! Mi prendi per un bolo?”
“No - oh, no!”, risposi, molto allarmato, “lei non è un pollo - certo che no.”
“Pene, alora, stai setuto e comportati pene, o fi tarò un’altra pota in testa. Il bolo ha le ali, e la cifeta ha le ali, e il tiafoleto ha le ali, e l’arcitiafolo ha le ali. L’ancelo non ha ali, e io sono l’Ancelo tel Pizarro” “E adesso, il suo compito con me è…è…”
“Il mio compito!”, esplose la cosa. “Tefi brobrio esere un cuciolo pastarto per tomantare a un Gentiluomo, e per ciunta un ancelo, quale è il suo combito!”
Quel linguaggio era veramente più di quanto potessi tollerare, sia pure da un angelo; così, facendomi coraggio, afferrai una saliera che era a portata di mano e la tirai in testa all’intruso. O si scansò, o sbagliai la mira; perché tutto quello che riuscii a fare fu mandare in frantumi il vetro della pendola sul caminetto. In quanto all’Angelo, mi ripagò dell’attacco dandomi due o tre violenti colpi sulla fronte, come aveva fatto prima. Questo calmò subito i miei bollenti spiriti e quasi mi vergogno di confessare che, fosse il dolore o fosse la collera, mi salirono le lacrime agli occhi.
“Mein Gott!”, esclamò l’Angelo del Bizzarro, apparentemente commosso dal mio sconforto: “Mein Gott, quest’uomo è molto spronzo o molto attolorato. Non tefi pere fino così forte - tefi meterci l’aqua. Fia, fa il pravo, pevi questo, e ateso non piancere - antiamo!”
L’Angelo riempì il mio bicchiere (già colmo per un terzo di Porto) con un liquido incolore che versò da una delle sue bottiglie-mani. Notai che intorno al collo di quelle bottiglie c’era un’etichetta con su scritto “Kirschenwasser”1.
La premurosa gentilezza dell’Angelo mi rabbonì non poco e, grazie anche all’acqua con cui diluì più di una volta il mio Porto, alla fine mi calmai abbastanza da ascoltare il suo straordinario discorso. Non posso pretendere di riferire qui tutto ciò che mi disse ma, dalle sue parole, ebbi l’impressione che egli presiedesse ai contretemps dell’umanità, e il suo compito fosse quello di provocare i bizzarri incidenti che sempre sbalordiscono lo scettico. Una volta o due, quando mi permisi di esprimergli la mia totale incredulità su quanto affermava, si arrabbiò moltissimo tanto che, alla fine, ritenni più opportuno ascoltarlo senza fare commenti, e lasciarlo agire a modo suo. Continuò quindi a parlare a lungo, mentre io mi limitavo a starmene sdraiato in poltrona, a occhi chiusi, masticando chicchi di uva passa, gettandone i piccioli per la stanza. Ma, a poco a poco, l’Angelo arrivò a considerare quel mio atteggiamento come una mancanza di rispetto. Andò su tutte le furie, si calò l’imbuto sugli occhi, imprecò violentemente, profferì una minaccia che non capii molto bene e infine, con un leggero inchino, se ne andò augurandomi, nel linguaggio dell’Arcivescovo in Gil-Blas, “beaucoup de bonheur et un peu plus de bon sens”2.
La sua partenza mi fece sentire meglio. I pochissimi bicchieri di Lafitte che avevo bevuto, mi avevano insonnolito, e sentivo la voglia di fare un pisolino di 15 o 20 minuti, come è mia abitudine dopo pranzo. Alle sei, avevo un appuntamento importante che non potevo assolutamente mancare. La mia polizza assicurativa sulla casa era scaduta il giorno prima; e, essendoci stata qualche discussione, era stato convenuto che, alle sei, mi sarei incontrato con il consiglio d’amministrazione della società per stabilire le modalità del rinnovo. Dando un’occhiata alla pendola sul caminetto (mi sentivo troppo insonnolito per tirar fuori l’orologio) fui lieto di constatare che avevo ancora un margine di 25 minuti. Erano le cinque e mezza; all’ufficio assicurazioni ci sarei andato facilmente a piedi in cinque minuti; e la mia solita siesta non aveva mai superato i 25 minuti. Ero, quindi, tranquillo e mi accomodai per il mio pisolino.
Risvegliandomi calmo e placido, guardai di nuovo la pendola e fui quasi tentato di credere nella possibilità degli incidenti strani vedendo che, invece dei miei soliti 15 o 20 minuti, avevo sonnecchiato solo per tre minuti; ne mancavano ancora 27 all’appuntamento. Mi rimisi a dormicchiare e, infine, mi svegliai una seconda volta quando, con mio immenso stupore, mancavano ancora 27 minuti alle sei. Saltai su per controllare la pendola e scoprii che si era fermata. Il mio orologio mi disse che erano le sette e mezzo; e naturalmente, avendo dormito due ore, ero troppo in ritardo per l’appuntamento. “Non importa”, mi dissi; “ci andrò domattina e farò le mie scuse; ma, intanto, cosa può essere successo alla pendola?” Esaminandola, scoprii che uno dei piccioli dell’uva passa, che avevo gettato qua e là per la stanza durante il discorso dell’Angelo del Bizzarro, era penetrato attraverso il vetro rotto infilandosi, molto stranamente, nel foro della chiave, sporgendone però quel tanto che bastava ad arrestare la lancetta dei minuti.
“Ah!”, dissi; “ecco cos’era. Si spiega da sé. Un banale incidente, come talvolta accade!”
Non ci pensai più che tanto e, all’ora solita, mi coricai. Posai una candela su un leggìo accanto alla testata del letto e, dopo aver tentato di sfogliare qualche pagina della Onnipresenza della Divinità, purtroppo mi addormentai in meno di 20 secondi, lasciando la candela accesa.
Feci sogni terrificanti, nei quali vedevo l’Angelo del Bizzarro. Mi sembrava che fosse ai piedi del letto, aprisse le tende e, in quell’insopportabile tono cavernoso da barile da rum, mi minacciasse di tremenda vendetta per il disprezzo con cui lo avevo trattato. Concluse la sua filippica togliendosi l’imbuto, ficcandomelo in gola e inondandomi con un oceano di Kirschenwasser che versava senza interruzione da una delle lunghe bottiglie che gli servivano da braccia. Alla fine, non resistendo più a quell’agonia, mi svegliai, giusto in tempo per vedere un topo che fuggiva portandosi appresso la candela accesa sul leggìo, ma non abbastanza in tempo per impedirgli di ficcarsi, con tutta la candela, nel suo buco. Ben presto, un odore soffocante mi giunse alle nari; la casa, lo vidi chiaramente, stava bruciando. In pochi minuti le fiamme divamparono e, in un batter d’occhio, tutto il fabbricato fu avvolto dalle fiamme. Non c’era modo di uscire dalla stanza, se non dalla finestra. La folla che si era radunata si procurò rapidamente una lunga scala che appoggiò al muro. Grazie ad essa stavo scendendo in fretta, all’apparenza sano e salvo, quando un grosso maiale, la cui pancia rotonda e, in realtà, il cui aspetto in genere, mi fecero pensare all’Angelo del Bizzarro - quando questo maiale, dicevo, che fino a quel momento se n’era stato tranquillo a sonnecchiare nel fango, ebbe l’improvvisa idea di grattarsi la spalla sinistra e non trovò di meglio che strofinarsela contro i piedi della scala. In un attimo, precipitai e purtroppo mi ruppi un braccio.
Questo incidente, la perdita dell’assicurazione e la ancor più grave perdita dei capelli - completamente bruciacchiati dal fuoco - mi indussero a riflettere seriamente, cosicché, alla fine, decisi di prender moglie. C’era una ricca vedova, sconsolata per la morte del settimo marito, e al suo cuore esulcerato offrii il balsamo delle mie profferte. Concesse un riluttante assenso alle mie preghiere. Mi inginocchiai ai suoi piedi, grato e adorante. Arrossì e inchinò la sua lussureggiante chioma verso quella temporaneamente fornitami da Grandjean. Non so come esse si impigliassero, ma così accadde. Io mi alzai con il cranio pelato e lucido; lei, sdegnata e furibonda, mezzo soffocata da capelli altrui. Così svanirono le mie speranze riguardo alla vedova, per un incidente imprevedibile, certo, ma che comunque si era verificato in seguito a una naturale catena di eventi.
Senza tuttavia disperarmi, mi accinsi ad assediare un cuore meno implacabile. I fati mi furono di nuovo propizi, per breve tempo; ma, di nuovo, un banale incidente interferì. Incontrando la mia promessa sposa in una strada affollata dall’élite cittadina, mi affrettavo a salutarla con uno dei miei più ossequiosi inchini, quando un minuscolo frammento di qualcosa mi penetrò nell’occhio, rendendomi temporaneamente cieco. Prima che potessi recuperare la vista, la donna del mio cuore era scomparsa - irrimediabilmente offesa da quella che ritenne la mia premeditata scortesia di passarle accanto senza salutarla. Mentre me ne stavo lì, sgomento per la subitaneità di quell’incidente (che, in ogni modo, sarebbe potuto accadere a chiunque sulla faccia della terra), e mentre ero ancora mezzo accecato, mi si accostò l’Angelo del Bizzarro, offrendomi il suo aiuto con una cortesia che non avevo alcun motivo di aspettarmi. Osservò il mio occhio disastrato con estrema cautela e abilità, mi informò che in esso c’era una goccia e (qualsiasi cosa fosse quella “goccia”), la tolse, recandomi sollievo.
Pensai allora che era giunto il momento di morire (visto che la sfortuna era così decisa a perseguitarmi) e mi avviai quindi verso il fiume più vicino. Qui, sbarazzatomi degli abiti (non c’è motivo per non morire nelle stesse condizioni in cui siamo nati) mi gettai nella corrente; unico testimone della mia morte, un corvo solitario che si era lasciato indurre a mangiare del grano saturo di brandy per poi allontanarsi, barcollando, dai suoi compagni. Ero appena entrato in acqua che al pennuto saltò il ticchio di volar via portando con sé il capo più indispensabile del mio vestiario. Rimandando quindi, per il momento, i miei propositi suicidi, infilai le gambe nelle maniche della giacca, mettendomi a inseguire il ladro con tutta la rapidità che il caso richiedeva e le circostanze mi consentivano. Ma la malasorte era ancora in agguato. Mentre correvo a perdifiato col naso all’aria, mi resi improvvisamente conto che i miei piedi non toccavano più la terra firma; il fatto è che mi ero lanciato oltre un precipizio e sarei inevitabilmente finito a pezzi se, per mia buona fortuna, non mi fossi aggrappato alla estremità di una lunga corda che pendeva da una mongolfiera di passaggio.
Appena rientrai in me quel tanto che bastava a comprendere la terribile situazione in cui mi trovavo o, meglio, pendevo, mi affidai a tutta la forza dei polmoni per richiamare l’attenzione dell’aeronauta. Per lungo tempo mi sforzai invano. O quel cretino non poteva sentirmi o era una canaglia, e non voleva. Frattanto il pallone saliva rapidamente mentre le mie forze scemavano. Presto, fui sul punto di rassegnarmi al mio destino e precipitare silenziosamente in mare, quando i miei spiriti si rianimarono d’improvviso sentendo dall’alto una voce cavernosa che sembrava canticchiare distrattamente un’aria d’opera. Alzando gli occhi, scorsi l’Angelo del Bizzarro. Appoggiato a braccia conserte al bordo della navicella, con in bocca la pipa da cui traeva placidi sbuffi di fumo, sembrava in pace con se stesso e con l’universo. Ero troppo esausto per parlare, e mi limitai quindi a guardarlo con occhi imploranti.
Per parecchi minuti, pur fissandomi dritto in faccia, non disse niente. Alla fine, togliendosi delicatamente la pipa dall’angolo sinistro della bocca, consentì a rivolgermi la parola. “Chi sei”, chiese, “e come tiafolo ti permeti?”
Davanti a tanta sfacciataggine, tanta crudeltà e tanta ostentata indifferenza non potei rispondere che gridando “aiuto!”.
“Aiuto!”, mi fece eco quella canaglia; “non ta me. Ecoti la poltiglia - aiutati ta solo, e fa al tiafolo!”
Con queste precise parole, lasciò cadere una pesante bottiglia di Kirschenwasser che, piombandomi proprio sul cocuzzolo, mi diede l’impressione che mi schizzasse via il cervello. Suggestionato da quell’idea stavo per mollare la presa e congedarmi con buona grazia dal mio fantasma, quando fui arrestato dal grido dell’Angelo che mi ingiungeva di rimanere dov’ero.
“Asbeta!”, disse; “non afere freta - fermo. Fuoi prenterti anche l’altra potiglia o ti è pasata la spornia e sei tornato in te?”
Al che mi affrettai a scuotere due volte il capo - la prima, in segno di diniego, per fargli capire che, al momento, preferivo non prendermi l’altra poltiglia - e la seconda in segno di assenso, per fargli capire che ero perfettamente sobrio e definitivamente tornato in me. Così facendo, riuscii ad ammansire un po’ l’Angelo.
“Alora, tunque, ci creti, finalmente?”, chiese. “Ci creti alla possipilità telle straneze?”
Annuii di nuovo.
“E creti in me, l’Ancelo del Pizarro?”
Ancora una volta feci cenno di sì.
“E riconosci ti esere stato upriaco fraticio e scioco?”
Assentii col capo.
“Meti la mano testra nella tasca sinistra dei pantaloni, allora, per timostrare che opetirai all’Ancelo del Pizarro.”
Per ovvi motivi, non potevo assolutamente farlo. In primo luogo, mi ero rotto il braccio sinistro cadendo dalla scala e quindi, se avessi lasciato la presa col braccio destro, non mi sarei più sorretto da nessuna parte. In secondo luogo, non avrei riavuto i pantaloni fino a quando non avessi ritrovato il corvo. Fui pertanto costretto, con mio sommo rincrescimento, a scuotere la testa in cenno negativo - volendo così far capire all’Angelo che, in quel momento, mi sarebbe stato davvero scomodo aderire alla sua ragionevolissima richiesta. Avevo appena smesso di scuotere il capo che:
“Fai al tiavolo, alora!”, tuonò l’Angelo del Bizzarro.
Così dicendo, recise con un affilato coltello la corda da cui pendevo e, poiché ci trovavamo proprio sopra la mia casa (che, durante le mie peregrinazioni, era stata premurosamente ricostruita) successe che precipitai a capofitto giù per la grande cappa del camino, finendo sul pavimento della sala da pranzo.
Quando ripresi i sensi (dato che la caduta mi aveva completamente stordito) scoprii che erano circa le quattro del mattino. Giacevo disteso lì dove ero caduto dal pallone. Con la testa fra le ceneri del fuoco spento e i piedi sui frammenti di un tavolinetto rovesciato e di un eterogeneo dessert cui si mescolavano un giornale, cocci di bottiglie e bicchieri, e una brocca vuota di Schiedam Kirschenwasser. Così si era vendicato l’Angelo del Bizzarro.