- Pensieri Resistenti

Pensieri resistenti

Per i 94 anni di Mario Fiorentini

di Maurizio Chiararia

“L’anima esiste soltanto in quanto parla.”
Johann Gottfried Herder

“Il sentimento di uno che e’ nell’angustia, e arriva aiuto, ma lui non si rallegra perche’ viene salvato - non viene affatto salvato -, bensi’ poiche’ arrivano nuovi giovani, fiduciosi, prontia intraprendere la lotta, inconsapevoli si’ di cio’ che li aspetta, ma di un’inconsapevolezza che non toglie ogni speranza a chi li guarda, ma induce all’ammirazione, alla gioia, alle lagrime. A cio’ si frammischia anche l’odio per colui contro il quale e’ diretta la lotta.” T.W.Adorno

Ho incontrato la prima volta Mario Fiorentini durante un convegno dell’ANPI Nazionale nello Spazio Congressi di Via dei Frentani, più di un anno fa, in primavera. Avevo, come mio solito, esposto vari libri sull’ampio bancone dell’atrio antistante la sala dove si svolgeva il Congresso, con l’intento di venderli ai presenti, per forza di cose interessati al’argomento, visto che la maggior parte di essi trattava di Fascismo, Resistenza e Guerra di Liberazione. Avevo individuato, fra i pochi e sporadici avventori, una persona dal portamento agile e scattante, nonostante la sua venerabile età, e soprattutto particolarmente curiosa riguardo al materiale esposto, cosa poco frequente in questi tempi di relativa inerzia culturale. Fu subito facile stabilire un rapporto con colui che, successivamente, si sarebbe rivelato, ai miei occhi, come il più formidabile intenditore di libri, nonché esperto di arti visive, matematico di fama mondiale, e, non ultimo, uno dei personaggi più attivi nella organizzazione e nell’esecuzione degli atti più eclatanti di contrasto all’occupazione nazista della città di Roma nei fatidici mesi che vanno dall’8 settembre 1943 all’aprile del 1944.
Le sue mani, che toccavano e sfogliavano i libri da esperto, la sua voce chiara e suadente, mi rivelavano già la figura di un uomo eccezionale, dalla mente lucida, e, soprattutto, disponibile e cordiale, cosa che per me, chiuso e introverso come sono nei rapporti con le altre persone, in special modo nelle relazioni pubbliche e di lavoro, mi parve subito confortante. Avevo comunque una carta da giocare a mio favore. Avevo con me una copia della rivista “Il Contemporaneo” del 1964, in cui avevo scoperto un articolo che trattava di un personaggio della resistenza romana, medaglia d’argento al valor militare, di cui compariva una fotografia in un documento, ovviamente falsificato, come accadeva in quei tempi, che lo riproduceva di faccia e di profilo. Feci in modo, successivamente, di fargliela avere, ritenendola un dono prezioso, come in qualche modo effettivamente era. Così si instaurò, fra noi due, quel rapporto che dura ancora tutt’oggi, fatto di libri, ascolti (da parte mia), pensieri molto resistenti e durevoli (da parte sua).
Ora quella copia non l’ho più con me e me ne duole, perché la ritenevo quasi un cimelio ma, avendogliela donata, la considero ancora parte della mia biblioteca e, ogni tanto, gliela ricordo e lui dice non so dove l’ho messa ma devo averla da qualche parte. Forse, in questi lunghi mesi l’avrà donata egli stesso a qualcun’ altro per farsi un po’ di pubblicità, cosa che ama molto. Infatti nei libri che gli presento, e che egli sfoglia con particolare attenzione prima di acquistarli, cerca sempre l’indice dei nomi, con l’evidente speranza, che è quasi una certezza, di trovarvi il proprio. Trovandolo, magari accostato a quello della moglie, Lucia Ottobrini, anche lei partigiana combattente, legge, o si fa leggere, prontamente le pagine che lo riguardano, annuendo col capo se le citazioni sono per lui corrette, o dissentendo se lo scritto non rispecchia perfettamente la descrizione delle sue (numerose) gesta o i suoi pensieri. Non trovandolo, dopo un primo momento di delusione, si mette ad arzigogolare come si possa ovviare a quella mancanza e suggerisce altri modi e luoghi dove possano apparire le sue testimonianze. Il mio lavoro, se di lavoro si può parlare, consiste nel colmare, ove possibile, quelle lacune, utilizzando il fiume ininterrotto delle sue parole, cercando di sintetizzarle e, possibilmente, convogliarle in qualche nuovo articolo o, se la fortuna e il tempo ci assistono, in una nuova pubblicazione .
“Autobiografia scritta da un altro”, dovrebbe intitolarsi questo lavoro futuro, il cui sottotitolo dovrebbe essere “Bio-intervista a un comunista”. Come mio solito mi avvalgo, nell’abbozzare un progetto da mettere sulla carta, dell’apporto delle parole di grandi scrittori che mi hanno preceduto, un po’ per la presunzione, o l’ambizione, di mettermi sulla scia del loro lavoro, un po’ come scusante presso me stesso di non essere in grado effettivamente di farlo. Perciò infarcisco la scrittura di sempre più numerose citazioni, anzi, in questo caso, si tratterebbe di un’unica grande citazione, avendo il libro il fine di narrare, attraverso le sue parole, la vita e le opere di questo grande personaggio.
Ecco cosa mi è venuto in mente di apporre come premessa a questa ipotetica autobiografia:
“C’era il desiderio di scrivere un libro che fosse come un manuale scolastico, perspicace ed onesto, e che in esso fossero narrate tutte le cose, la gente e le vicende attraverso le quali passa la vita umana.”
Sergej Tret’jakov – Giovane in Cina
“I fatti sono una cosa testarda.” Lenin
“Non offrendo resistenza si è più resistenti.” Laozi

“…Ho visto i morti sconosciuti , i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempirci gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”. Cesare Pavese – La casa in collina

“La conquista della libertà è il premio di una vecchiaia riuscita.” Claude Olievenstein – La scoperta della vecchiaia

Mario Fiorentini
Autobiografia scritta da un altro
Bio-intervista a un comunista
con Maurizio Chiararia

Questo libro è stato fatto in due.
Mario Fiorentini mi ha fornito la materia prima, le vicende della sua biografia.
Ho costruito il libro con questa materia prima, utilizzando la scorta di osservazioni, testimonianze, appunti, interviste che sono andato accumulando nel corso di questi ultimi anni.
Il risultato è o dovrebbe essere quel qualcosa che alcuni scrittori della rivista “Lef” chiamavano “Literatura fakta” o fattografia. Faccio mie le parole di Sergej Tret’jakov, che racconta nel suo Den Si-chua. Bio-interv’ju, pubblicato nel 1930, anticipato parzialmente nel “Lef” nel 1927 e 1928, e tradotto in italiano nel 1976 da Vera Dridso per Einaudi come Giovane in Cina – Teng Shih-hua:
“Esaminare e raccontare la propria vita richiede una capacità tutt’altro che comune. Le cose abituali risultano spesso invisibili. Teng Shih-hua non possedeva questa capacità, l’avrebbe acquistata dopo aver annerito molte risme di carta (Mario Fiorentini dice di aver scritto più di mille pagine!). Accolse con entusiasmo la mia proposta di raccontare la sua biografia in modo circostanziato e concreto, ma, ohimè, la sua prima frase fu. – la mia è una famiglia intellettuale e piccolo-borghese. (Mario Fiorentini aveva il padre ebreo, la cui famiglia era appunto di origine borghese). Né circostanziato né concreto. Mise generosamente a mia disposizione i ricchi recessi della sua memoria (probabilmente anch’io riempirò più di mille pagine con l’ininterrotto flusso di memoria che ancora ispira e guida gran parte delle interviste da me avute dallo stesso Mario). Io scavavo in essa come un minatore, sondavo, facevo brillare mine, picconavo, setacciavo, sceveravo. Ero alternativamente giudice istruttore, confessore, inquirente, intervistatore, interlocutore, psicanalista. Spesso riuscivo a cavar fuori una cosa semplicissima soltanto per vie traverse dopo lunghe ore di conversazione. (…) Tutto ciò che ho trascritto, mi riesce difficile chiamarlo altrimenti che intervista, ma questa intervista abbraccia l’intera vita di un uomo, per cui ho dato a quest’opera il nome di “bio-intervista”. (…) Qualche comunista cinese, dopo aver ascoltato frammenti della bio-intervista, aveva detto: - Questa è la nostra infanzia, la nostra scuola, la nostra vita.”. Sergej Tret’jakov – Come è stato fatto questo libro, Novembre 1934.
Mi augurerei che ci fosse la stessa reazione a questo libro futuro da parte dei comunisti (se ancora ci sono) italiani.

Questa pagina è dedicata a Mario Fiorentini e ai suoi pensieri matematici resistenti.

“Se resisti la sorpresa verrà
il peso di un merlo
fa piegare i lillà.”

Leonardo Sinisgalli

Invito alla matematica:

Lascu viene a Pisa per incontrare Aldo Andreotti. Andreotti con Ennio De Giorgi e d Enrico Giusti affianca Bombieri che si accinge a vincere la medaglia Feels. Lascu non riesce a contattare Bombieri e viene a Roma all Ist. Naz. di Alta Matematica. Io insegnavo sulla Via Tiburtina all’ Ist: Meucci. Tornai a casa con molto ritardo. “Vedi, Lucia, mi sono trattenuto più del previsto perché ho assistito alla conferenza di un giovane Mat. rumeno: Lascu. Uno che ragionava come me, mi è sembrato di incontrare mio fratello (sono figlio unico). Era stato allievo di George Galbura, il fondatore della scuola rumena di geom. alg., allievo di Francesco Severi e Biniamino Segre. Manifestazioni all’Un. hanno bloccato la didattica (1968). Segre gli disse: non possiamo adesso, dobbiamo rinviare, perché l’istituto è occupato, le do la chiave della mia stanza, lei può utilizzare la biblioteca. Nei giorni seguenti io andavo da Lascu e ci mettevamo a studiare insieme. Io avevo compiuto ricerche su scritti minori non pubblicati di F. Severi.

Mario Fiorentini: Quando nell’autunno del 44 sembrava che gli alleati che erano giunti a Ravenna e conquistassero il nord. Io che avevo ricevuto l’ordine di stare dietro le linee del fronte. Viaggio epocale con la trasmittente da piacenza milano como e dongo alla comando della 52 brigata garibaldi in località s. gottardo abbiamo celebrato il 7 novembre c’erano i due comandanti, melotti mi regalo un paio di scarpe. Mangiato allegramente vino cantato canzoni patriottiche e partigiane, katiuscia in russo. Quirewet serata importante e in quell’occasione, precedentemente gianna e neri mi avevano assistito in varie occasioni. Traversata del Lago di Como in barca per andare in Valtellina. Partigiani bravi. Gianna rivolta a me pronunciò: “Ma guarda un po questo qua con questa faccia di semolino che beve tanto vino rosso”. Nel tentativo di attaccare Bufarini Guidi furono uccisi. Io poi fui arrestato dalla polizia fascista e portato alla questura di Sondrio. Interrogato da Giuseppe Germanò ma non era possibile identificarmi. Carcere delle Brigate nere. Successivamente sono fuggito da S. Vittore ricevetti l’ordine di andare al sud. I mongoli pescano Pablo ufficiale dei granatieri. Ordine revocato per andare al nord per missione Schneider per catturare Mussolini. Ufficiale americano. Prendi contatto con Magg. D’abbiero per catturare Mussolini. Alagna ai piedi del Monterosa Giacomo Chiara è già partito. Giacomo Chiara è morto in un crepaccio. Era stata tagliata la corda. Processo indiziato Savini Intelligence.
Per un complesso di circostanze inaspettate in pensione all’età di 78 anni. In tale occasione l’Università di Ferrara ha pubblicato un a pagina a lui dedicata. Nella quale si dice M.F. non ha frequentato né il liceo né l’università. Ha dato solo esami superati con enorme fatica e sofferenza. 1971 a partire dal 1 nov. Ha lasciato l’Ist. Tecn. Marconi ed è entrato all’Un. di Ferrara alla cattedra di geometria superiore. Ambita. Un anno prima della vittoria al concorso erano 1 su 100. Nel corso di un anno è venuto un miracolo è stato dovuto a una persona: 1969 Oscar Zareschi . Il faro di geometria algebrica. Quando va in cattedra un professore non succede niente, altre volte ha fatto scuola ad Harvard. Giuseppe Tomassini. 1970 non professore di cattedra. Deserto. Storia inverosimile una serie di fatti , un avvenimento è stato questo come professore di scuola media. Paolo Salmon, ha vinto il concorso di algebra ed è andato a Genova, seminario di algebra commutativa, di sabato. Io partivo all’alba insieme a Stefano Guazzone. Domenica dormivo a casa di Salmon. Silvio Greco e Mimmo Arezzo da Pisa. Da Padova Tommaso Millevoi.

Quando Salmon è andato in America, ha detto ai suoi coll. di mettersi in contatto con Mario Fiorentini. Vengono da Genova, dormono in un convento di suore, e trascorrono 2 giorni con noi. Un altro esempio di col. fallito, quattro mat. genovesi, Mario Beltrametti, Ferruccio Odetti, Lorenzo Robiano e Giuseppe Valla hanno intrapreso lo studio in coll. di un fascicolo dedicato a “Scoppiamenti e contrazioni”, basato sui lavori di M.F. e Badescu Lucien. I quattro hanno scritto un fascicolo di 100 pagine. Alla dir. dell’Alta Matematica volevano che fosse scritto in italiano. Invece tra Pisa e Milano c’è stato un bell’esempio di coll. perchè intorno a E. Bombieri si sono affiancati De Giorgi, Andretti e Giusti. Bourbaki si sono accorpati. 40 fascicoli. Altra coll. nel 19 tre convegni sono tenuti a Oslo, Ferrara, Nizza, 1981. Walter Spangel, interessato ai tuoi lavori, ti invito a tenere due conf. a Trieste. Dir. Arno Predonzan, Dario Portelli, Amelia Mezzetti, Walter Rossi e altri per 20 sono stato a Trieste. Un lavoro in coll. con Walter Spanger e Dario Portelli. Successivamente sono stato all’Un. di Messina e Catania, dove ho avuto coll. con Rosario Strano, Alfio Ragusa, a Catania, a Messina ho coll. con con Tania Restuccia.ho coll. in arg. di algebra specialistici. Decine di ricercatori e due conferenze di due ore e da quel momento influenzo fortemente la mat. e la geometria algebrica. Sono consideto un maestro a Bucarest. Belgio. Università fiamminghe e vallone.
Polonia tengo numerose conferenze. Il governo polacco invia il direttore Davide Simpson per chiedere a me di diventare professore di chiara fama in Polonia. Torun. Strasburgo, Colmar, Milhouse. Torersilla, Spagna.
Umberto Bottassini ha detto è molto raro che la vita di un matematico sia conosciuta al di fuori della cerchia degli specialisti
Il più amato dei matematici. N. 1, relazione su Lascu. Mario Fiorentini è il partigiano matematico amico di Ho Chi Min. La coppia di volpi argentate è la coppia più decorata e più longeva d’Europa. 16 agosto 1945 matrimonio in Campidoglio.

La mia fuga dal carcere di S. Vittore si è verificata alla fine di dicembre 1944. Per alcuni giorni io dormivo all’addiaccio. La sera del 5 Gennaio la modista Brenna mi ha comunicato che potevo prendere alloggio presso una famiglia di operai. Tavolo e minestra e vino rosso. Messo a letto. L’indomani io ero un pezzo di legno. Alcuni giorni. poi mi hanno preso e mi hanno portato in negozio e mi hanno comprato un impermeabile e una sciarpa ble e mi . A questo punto era previsto che io fossi partito da Milano ed andato da Piero Boni fino a Bologna dove c’era il granatiere con Marco Moscato poi da Bologna scendevo verso la linea gotica questo percorso era già stato fatto da Piero Boni. Poi sono arrivato io in Val di Ceno. Se andavo al sud dicevo di non mandare dieci divisioni ma unità più svelte, 2 3 mila paracaditisti con bombe. Icardi mi dice che devo andare in Svizzera ma come fai ad andare in Svizzera, c’era il corriere ad Alagna, Giacomo Chiara. Ing. Savini con altri dice che Giacomo Chiara è caduto in un crepaccio. Faccio la Vallanzasca, Macugnaga, dormo per riposarmi, vado verso la montagna con uno svizzero con gli sci. A metà percorso trovo delle guardie svizzere che ci arrestano, agente dei servizi segreti svizzeri, lui può entrare io non ho più il contatto. Momento più pericolo della mia vita. O ti internaniamo o torni indietro. Volto tumefatto per il sole. Suore e chiesa con la febbre. Sono andati a Milano anziché a Dongo. Forse mi sono salvato perché non ho fatto in tempo ad arrestare Mussolini. Consegnare Mussolini agli alleati, prendere Mussolini significava farsi dire tutta la storia. A Milano Barontini, Francesco Umberto Mazzola,
Per i 69 anni di matrimonio fra Mario Fiorentini e Lucia Ottobrini..
Francesco mi ha detto che attento maniacalmente alle norme corspirative. Io stavo al di sotto del Po e lui a Milano. Preso dai tedeschi e ho mandato le informazioni sulle fortificazioni che dovevamo bombardare. Noi ci incontravamo periodicamente la prossima settimana martedi nel tale posto. Se non ci incontravamo veniva rinviato a un’altro posto. Io Partivo e per arrivare a Milano. La prima volta ho commesso un errore, avevo preso un trenino i tedeschi hanno bloccato il treno (citato da Giorgio Amendola) Io sapevo gia dallo sbarco di Anzio che quando venivano gli aerei tutti scappavano. Scappo e vado a Milano. Le altre volte non prendevo il treno ma la barca da Caselle Landi. Casalpusterlengo i fratelli Croce e mi accompagnava Rosetta. 11 volte. Barcaiolo anziano. Un’ immagine molto bella : quando scampavo ai pericoli ero come le volpi che si acquattano. O si fa internare in Svizzera o Loro ci rimproveravano di non aver fatto gli scioperi. Sasà doveva portarmi le torce e poi ammazza l’ ufficiale della finanza. Togliatti scappa e vai in Jugoslavia invece sasà ha affrontato il processo . L’ Unita ha fatto una campagna di stampa. Emanuele Rocco ha esaltato Sasa. Giuda era il migliore degli apostolii perchè è quello che ha invitato a essere intransigente.

Quando il comando generale dei Gap mi dette l’incarico di organizzare un attacco contro il corpo di guardia tedesco al carcere di Regina Coeli, si era sotto Natale.
Studiata la posizione, scelsi l’ora del cambio della guardia. In quel momento un autocarro con ventisei tedeschi arrivava a Regina Coeli per dare il cambio agli altri ventisei smontanti. Un totale di cinquantadue militari germanici che venivano a trovarsi quasi tutti in mezzo alla strada.
Ma la strada è strettissima, specialmente nel tratto che va dall’angolo di Via delle Mantellate all’ingresso di Regina Coeli, con il vantaggio tuttavia della scaletta che porta sull’argine del Tevere, dove c’è una piccola terrazza.
Capiiche portardi dei compagni significava aumentare le probabilità di avere delle perdite e perciò decisi da solo.
Il 26 dicembre 1943, alle ore 11,50 precise arrivai in bicicletta sull’argine. Sul manubrio avevo uno spezzone di tritolo con la miccia. Lo spezzone era avvolto in un pezzo di carta e Giorgio Labò ci aveva aggiunto della balestrite affinchè la combustione fosse più rapida.
Accesi la sigaretta, pur avendo un forte disgusto per il tabacco, all’ultimo momento e mentre la guardia montante scendeva dall’autocarro e quella smontante si preparava a dar le consegne, afferrai a due mani lo spezzone e lo alzai. In quel momento mi accorsi che alcuni tedeschi lo guardavano ma ormai lo spezzone era stato lanciato.. Una vampata che giunse fino al secondo piano e una formidabile detonazione seguirono al lancio. Balzai subito in sella, ma la bicicletta barcollava e stentai a riprendere l’equilibrio per superare il breve pendio che mi separava dal ponte. Finalmente la bicicletta si avvia mentre dalle finestre di Regina Coeli cominciava la sparatoria verso di me che fuggivo. A metà ponte due camicie nere mi sbarrarono il passo agitando le braccia, ma le pallottole che tempestavano il ponte obbligarono i due fascisti a buttardi a terra.. Io continuavo a pedalare ma all’uscita del ponte mi trovai impelagato in mezzo alle bancarelle di un mercatino rionale. Donne e uomini scappavano strillando da tutte le parti, mentre il correvocome una palla trabirilli impazzini,finchè riuscii a svicolare per una stradicciola dove una banda di ragazzi mi si getta fra le ruote. Scansai anche questi e sempre pedalando raggiunsi la libreria Bertoni, luogo preventivo di rfugio. Il Bentivegna e la Capponi, che avevano assistito dal ponte Mazzini all’attacco, non mi avevano visto fuggire forse perchè pedalavo talmente curvo da rimanere sotto il livello del ponte. Per questo pensarono che fossi stato trucidato. Alla fine rimasero fuori combattimenti otto militari tedeschi.
Da quel giorno in città non si potè più circolare in bicicletta. Una ordinanza del Comando tedesco lo proibiva esplicitamente.
Ma torniamo alla libreria. Bertone mi vede entrare che poggio la bicicletta in un canto e mi butto a sedere su una sedia, pallido come un morto, ma anche Bertone, che aveva sentito l’esplosione e mi attendeva con il cuore in gola, sembrava non avere più un goccio di sangue nelle vene.
Per cinque lunghissimi minuti ci guardammo senza parlare, poi lui mi dette un bicchier d’acqua. Ne avevo proprio bisogno.
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