- Appunti per una teoria della creatività

Viviamo in tempi in cui di è ormai stabilizzato un uso e una produzione artistica di tipo sociale. Cioè, tutte le esperienze artistiche ormai prescindono dalla pura invenzione ed elaborazione individuali, ma nascono e si riproducono in un contesto collettivo. E questo non solo perché egli strumenti di comunicazione dei suoni e delle immagini permettono una riproducibilità tecnica infinita e scambievole, ma anche perché gli individui stessi sono attraversati e circondati da un mondo sonoro e visivo “artefatto”, plurisegnico che immediatamente socializza ogni esperienza di visione e di ascolto, cioè ogni comportamento artistico. Quindi ogni artista dà ma riceve continuamente una serie di significati e di forme contraddittori ed è egli stesso creatore e fruitore della medesima materia che continuamente cambia di segno da persona a persona, da strumento a strumento.
Questa premessa non vuole certo esaltare la società di massa in cui tutto so fruisce al medesimo livello ma piuttosto stabilire proprio il contrario: che cioè la massificazione dei fenomeni artistici avviene solo nelle statistiche e nella sociologia spicciola,, che ognuno ha il suo modo di fare e di ricevere arte e che L’ARTE non si identifica solo con le tecniche di produzione (ed anche qui un computer non è mai uguale ad un altro) ma ha, per così dire una serie di caratteristiche aleatorie che la rendono sempre originale mai fine a se stessa.

Questo universo sonoro e visivo permea le nostre menti e i nostri corpi, ci fa muovere ad un ritmo interno che apparentemente non percepiamo ma che coinvolge tutto il nostro essere. Quindi quello che chiamiamo “musica” non è che una parte di un movimento complesso di interrelazioni espressive che si producono dentro e fuori di noi e di cui noi non siamo casuali fruitori ma principali produttori ed elaboratori. Negli ultimi anni le nostre conoscenze musicali si sono centuplicate e relativizzate fra loro. Oggi non esiste più l’ascoltatore “tabula rasa” che consuma suoni come fossero caramelle (ed anche le caramelle adesso vengono consumate con accortezza, facendo caso alla marca e agli ingredienti) né tanto meno un ascoltatore incosciente contrapposto ad uno presunto cosciente. Tranne gli addetti ai lavori, che fanno un uso tutto settoriale del loro sapere musicale, e per il novanta per cento della loro giornata si comportano allo stesso modo di un individuo non specializzato, tutti viviamo in questo universo sonoro e visuale come un bimbo nel liquido amniotico, cioè in un ambiente naturale che comporta una crescita continua volontaria e involontaria, delle azioni e reazioni finalizzate ad uno scopo: quello di un raggiungimento di una coscienza del fare artistico, cioè del passaggio dalla naturalità alla creazione partecipata di fatti artistici.
Ed è questa tensione, comune a milioni di individui, che ne fa dei potenziali artisti, ma non come vasi potenzialmente riempibili da “esperti” (e poi questi esperti chi li ha riempiti?) ma come individui immersi in un mondo “già” artistico ed espressivo, e non per opera dello Spirito Santo o di qualche idealista amante del Sublime, ma per quell’uso sociale dell’arte che ormai fa parte del nostro vivere quotidiano.


Sono quindi false tutte quelle teorie che attribuiscono all’arte una tendenza a crescere continuamente, ad evolversi da una presunta fase “primitiva sempre più verso chissà quale perfezione. E purtroppo queste teorie storicistiche inficiano anche l’insegnamento delle discipline artistiche moderne, per cui si deve necessariamente partire dal nulla per arrivare al pieno di una conoscenza, e solo allora l’individuo (se ne ha il talento) può fare arte, può esprimersi.
Questo non vuole essere l’elogio dell’ignoranza, anzi c’è nell’aria una tale massa di conoscenze per così dire “disperse” che è necessario dare a ciascuno delle metodologie di interpretazione (e non solo artistiche, ma anche psicologiche, politiche, ecc.) per avviarlo nel cammino dell’elaborazione artistica. E questo contro chi voglia affidarsi a una creatività libera ed individualistica senza tener conto degli “artifici” che ci voglio per raggiungere la piena (anche se solo propria) soddisfazione artistica.
L’elaborazione di queste teorie e la loro applicazione ha bisogno però di un centro che raccolga persone che si interroghino su sé in rapporto con l’espressione, e non solo artistica, musicale o altro che sia, e non solo di discenti e docenti che si scambiano un reciproco servizio, per produttivo e gratificante che sia. Il problema è quello di dare in maniera non coercitiva una serie di elementi l’interpretazione del movimento esterno e interno, della formulazione delle idee e dei gesti ed esperire contemporaneamente tali conoscenze in una prassi continua che metta subito in gioco tutto il proprio essere. E questo farlo scambievolmente, cioè stabilire tra operatori ed allievi un intercambio in cui anche l’esperto si faccia allievo di un sapere ancora da conoscere, di una scienza ancora da scoprire.